CSN&Y: Still Alive After All this Years

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di Paolo Carù (Da Buscadero n.234)

Sin da ragazzi, da quando abbiamo avuto tra le mani il mitico Deja Vu, uno dei nostri desideri primari era quello di vedere i quattro in concerto. Ma per vederli bisognava andare in USA, in quanto in Europa erano venuti una volta sola, nel 1974 a Wembley. Il reunion tour del 200 ci ha preso in controtempo e non abbiamo trovato i biglietti, ci eravamo mossi troppo tardi. Ma questa volta non ce li siamo fatti sfuggire. L'occasione era ghiotta e, con l'aiuto dell'amico e collaboratore Mick Skidmore, abbiamo raggiunto Boston con un volo diretto da Malpensa e, la sera del tre marzo, abbiamo visto un concerto di straordinaria vitalità nell'accogliente catino del Fleet Center di Boston. La decisione è stata presa da me ed Anna fin da gennaio, visto che il tour proponeva due date, sabato due marzo e domenica tre, a Boston. La bella città del New England è certamente la più facile da raggiungere dall'Italia e l'occasione era veramente unica. Così abbiamo chiamato Mick e lui ha preso quattro biglietti (c'era anche sua moglie Nancy).

BOSTON

Siamo arrivati domenica alle due del pomeriggio, abbiamo noleggiato una macchina e siamo andati direttamente a casa di Mick. Il tempo era discreto, una leggera pioggia, che i venti del pomeriggio hanno spazzato via, ed una temperatura abbastanza gradevole. La città, nota per essere la culla della cultura americana e dei moti di libertà che hanno creato la nazione (assieme a Philadelphia), è adagiata sul mare. Il traffico è tra i più caotici degli Stati Uniti e le strade di Boston sono (è la nostra terza visita nell'arco di dieci anni) costantemente disturbate da continui lavori in corso. Il che rende ulteriormente lento e confuso il traffico. Boston pullula di giovani, infatti vicino c'è Cambridge che ospita la nota università di Harvard. Piena di librerie, negozi di dischi, caffetterie, piccoli ristoranti, locali per ascoltate musica, gallerie d'arte, Boston è sicuramente una delle città più interessanti da visitare negli USA. E poi, una volta usciti, ci sono mete altrettanto importanti da raggiungere come il verdissimo Maine, il boschivo Vermont, il piccolo ma affascinante Massachusetts alle cui appendici c'è Cape Cod con le due stupende isole Martha's Vineyard e Nantucket. Abbiamo già visitato il New England ma, sia per il suo aspetto europeo quasi Europeo, che per la semplicità della gente, saremo pronti a tornarci di nuovo. D'estate si sta bene, anche se piove spesso, ma in questa stagione fa ancora freddo, come hanno evidenziato i due giorni seguenti il quattro e cinque marzo, in cui un vento gelido rendeva estremamente rigida l'atmosfera, un vento che arrivava del mare e che aveva contribuito ad abbassare di parecchio il termometro. Siamo partiti il sei, con un leggere nevischio al mattino che poi ha portato più calore nell'aria ed ha sciolto il vento dei due giorni precedenti. 

PRIMA DEL CONCERTO 

Siamo arrivati abbastanza presto a casa di Mick. Giusto in tempo per mangiare qualche cosa assieme. Una bella cena messicana in quella di Quincy, un sobborgo tranquillo alle porte di Boston, e quindi via sul metro che ci ha scaricato proprio di fronte ai cancelli del Fleet Center. Una struttura relativamente nuova, quella del Fleet, una struttura in cemento che ospita la squadra di Basket della città ed anche partite di hockey su ghiaccio. C'è molta gente, la coda ai cancelli è lenta, ma nessuno spinge o cerca di passare davanti agli altri. Ci mettiamo un quarto d'ora ad entrare e ci avviamo al nostro settore. Il colpo d'occhio, una volta entrati nell'arena, è notevole. E' come se fossimo nel Palatrussardi, ma il divario tra la platea ed il primo anello è più morbido e meno scosceso, quindi ci sono altri due anelli. La sala è gia stipata, sono le diciannove e venti, e Mick mi dice che, al gran completo, l'arena contiene ventimila persone. Se non è piena, poco ci manca. I biglietti costano parecchio (noi abbiamo quelli da 85 dollari, ma i più cari si avvicinano ai 260). Ci sediamo nella prima fila del primo anello, la posizione è veramente ottima, siamo a quindici  metri dal palco, che si trova alla nostra destra. Il brusio è forte e l'attesa si fa spasmodica. C'è un continuo via vai di gente e l'arena si riempie sempre di più. Parliamo con alcune persone davanti a noi e ci raccontano del tour precedente, della brillantezza della band, della straordinaria vitalità dei quattro che, malgrado l'età, sono ancora in grado di tenere in pugno la gente per qualche ora. La volta precedente, sempre nella stessa locazione, i quattro hanno suonato per tre ore. Non passa molto tempo che le luci si spengono. Sono le otto meno venti. Ho gia visto varie volte Young ed un paio Crosby Stills & Nash: se il primo non mi ha mai deluso, i tre non mi hanno mai fatto impazzire. Ottimi musicisti ma senza quella grinta, quel carattere che il canadese ha sempre messo nelle sue performances.

CSN&Y

Escono a due a due. Nash e Stills dalla parte sinistra, Young e Crosby dalla destra. Al seguito i tre musicisti che li accompagnano: il tastierista Booker T Jones, il bassista Donald "Duck" Dunn ed il poderoso batterista Steven Potts. Se i primi due erano l'ossatura di Booker T and MG's (assieme al chitarrista Steve Cropper), un combo strumentate di Memphis noto per le registrazioni effettuate per Ia Stax tra Ia fine dei sessanta ed i primi settanta, Potts ha lavorato a lungo dietro alle voci di Al Green e Wilson Pickett. Graham Nash è vestito di nero ed ha un fisico asciutto, Stephen Stills mostra belle camice hawaiane molto larghe, che nascondono in parte la pancia, ma è indubbiamente ingrassato, come d'altronde David Crosby che, dopo l'operazione al fegato, ha acquistato chili. Neil Young è un mondo a parte: cappello calato in testa, jeans e maglietta nera, magro come un chiodo, suona quasi sempre curvo, ondeggiando di continuo.

FIRST SET

Carry On/Questions apre la performance: la gente risponde subito in modo caloroso, applaudendo ed urlando. Le voci sono integre e la melodia si staglia subito nel Fleet Center riportando a galla emozioni e ricordi. Nash attacca Military Madness e la gentte mostra di gradire, il concerto si scalda lentamente. E' Neil Young che accende la serata con una nuova canzone, jam oriented Goin' Home. Una performance che fiventa sempre più calda man mano che prosegue, con Young che duella alla chitarra con Stills. Sapevo della bravura di Stephen come axeman, ma non mi sarei mai aspettato tanta tecnica e tanta forza da parte sua: il duello all'ultima nota prosegue in un crescendo poderoso e la canzone si allunga quasi a quindici minuti. L'atmosfera si surriscalda ed il pubblico esplode in un applauso fragoroso. Goin' Home è la prima della quattro canzoni nuove proposte da Young, che fanno parte di Are You Passionate?. E' la volta di Crosby con Wooden Ship, quindi Feed The People, per arrivare ad un'altra nuova proposta di Young. Si tratta della turgida You're My Girl, una melodia di stampo Mowtown (anni sessanta) gentile e bene costruita, che apre i cuori e lascia ampio respiro alla band: c'è sempre un bel duello di chitarre, ma non è pari a quello di Goin' Home. I Used To Be A King è sostenuta, giusto un aperitivo, prima di un incendiaria versione di Southern Man, il noto inno antirazzista di Young. Anche in questo caso il canadese misura la sua chitarra con quella di Stills e se Stephen ha una tecnica migliore, neil ha più carattere e un incredibile forza: inventa, improvvisa, sclada la platea e toglie la scena all'amico: il brano finisce con continui feedback del canadese, mentre gli altri stanno attorno, fingendo di suonare (come Nash e Crosby) o suonando, come Stills. Una jam on stage di grande forza. Crosby intona la ribelle Almost Cut My Hair e la canta con enfasi. Chiude la prima parte, superba e di grande presa emotiva, una potente rilettura della grintosa Cinnamon Girl. Ovviamente è sempre Young a condurre le danze: schiena piegata, cappello calato sulla fronte, curvo sulla chitarra ed ondeggiando di continuo, il canadese ruggisce note, ben assecondato da una sezione ritmica solida e dai tre compagni di ventura. Il primo set si chiude sotto una pioggia devastante di  note con la gente che applaude in modo fragoroso mentre i quattro, salutando, escono di scena. Il secondo set è in parte acustico e vede protagonisti, nella prima parte, Crosby, Stills & Nash più che Young. E' la parte più debole del concerto, abbastanza monotona e, talvolta, sottotono. I suoni sono sempre perfetti (chissà come mai i palazzetti dello sport in USA non hanno le carenze di quelli nostrani) ma manca qualcosa.

SECOND SET

Helplessy Hoping fa effetto, è ancora vitale come trenta (e più) anni fa, quando Stephen aveva ben altra stazza ma pari carisma. Gradevole anche Our House, una gentile ballata di Nash, ma è con la splendida Helpless che il set acustico cattura l'attenzione: voce, chitarra e armonica, Young mostra il lato gentile sella sua anima. Discreta Carry Me, buona Guinnevere, con Crosby e Nash soli a cantare, non male Harvest Moon, ma senza il carattere di Helpless. Stills esegue Old Man Trouble, una discreta canzone composta da Booker T nel '65, ma non riesce a convincere più di tanto. Non mi piace molto la nuova canzone proposta da Nash Ask Your Angel, voce e piano elettrico (non è sul nuovo album dell'ex Hollies), mentre una notevole Suite Judy Blue Eyes rimette in gioco Stills, seguito da Crosby e Nash, e solleva il set acustico da quel torpore che stava cominciando ad aleggiare nella hall. Il pubblico accoglie l'inno dei tre con un applauso straripante e la serata riprende quota. C'è un siparietto di colore locale con l'annunciatore sportivo della squadra di baseball di Boston Harry Caray che incita la gente a cantare Take Me You To The Ballgame dietro lo slogan Seventh Inning Stretch. Una pausa inutile per uno spettatore neutro, ma indubbiamente gradito da gran parte del pubblico. I Quattro si riappropriano della stage e Young parte subito con un'altra canzone nuova. Si tratta di Let's Roll, la meno bella delle quattro presentate nel corso della serata, ma dotata di un testo molto attuale (è stata scritta per ricordare le vittime dell'11 settembre). Il brano, teso ed elettrico, finisce con la solita jam ed il canadese che sfodera grinta ed assoli in un crescendo continuo: gli altri fanno quasi da spettatori. E' la volta dell'arcinota Long Time Gone con Stills protagonista assieme a Crosby ed una chitarra ascittta che tesse la melodia. Two Old Friends è l'ultima delle novità proposte da Young ed è forse la più bella. Grande canzone, grande melodia (l'ho già sentita, assomiglia a qualche cosa, ma non sono riuscito a focalizzare cosa) con il nostro axeman che fa fuoco e fiamme con la su chitarre e chiude il brano, quasi dieci minuti, con una leggendaria jam improvvisata. Poi è la volta dell'antico inno pacifista Woodstock, eseguito con forza e cantato all'unisono da CSN. Young prende posizione ed urla all'arena Keep On Rockin' In The Free World e la gente, tutta in piedi canta assieme alla band il glorioso ritornello. Altri dieci minuti di torrida jam con la chitarra di Neil che fa sfacelli con Stille ch gli fa da spalla, ma a fatica. E' lui, il loner per eccellenza, il vecchio e taciturno Neil che con forza ed intelligenza, fa approdare su coste sicure il vascello dei vecchi amici. Senza di lui, il concerto sarebbe stato di tutt'altro spessore. Alla fine tutti in piedi a cantare ed applaudire: Keep On Rockin' In The Freeeeeeeee Worrrrrrrrrldddddddddd. 

Ma le luci non si accendono, c'è ancora tempo per un bis, e credetemi, sono le undici e venti. I quattro sono sul palco da tre ore abbondanti, ed hanno ancora voglia di suonare. La sera prima, dice Mick, hanno fatto Eight Miles High dei Byrds e Long May Your Run. Stasera si torna ancora più indietro e CSNY attaccano l'immarcescibile For What It's Worth. Il vecchio brano dei Buffalo Springfield sa ancora toccare nel profondo e la voce di Stills ha sempre quel timbro roco e coinvolgente. Finale ad alto tasso emozionale per una serata da ricordare. Il ritorno a casa, verso Quincy è dolce, con la testa nel catino del Fleet e le voci dei quattro che si insinuano di continuo nei pensieri. Anna è stanca, io pure, siamo in piedi da parecchio e, guardando l'ora italiana, sono le sette di mattina. Abbiamo fatto la notte in bianco, ma il concerto ci ha caricato a tal punto che la stanchezza è andata viva via scemando ed ha lasciato spazio ad una sempre più crescente soddisfazione. Ci sono voluti trenta anni ma, alla fine, abbiamo coronato un sogno.

Le immagini presenti nell' inizio dell'articolo sono relative ad altre date del tour di CSN&Y