Intervista a Francesco Lucarelli

di Salvatore Esposito
Da sempre appassionato collezionista e studioso di CSN&Y,
Francesco Lucarelli è il fondatore della mitica fanzine Wooden Nickel. Insieme a
Stefano Frollano è uno degli autori del set di tre libri "Crosby, Stills, Nash
and sometimes Young", vera opera omnia su CSN&Y. Parallelamente alla sua
attività lavorativa, FL ha coltivato l'amore per la musica non solo raccontata
(suoi sono alcuni interessanti articoli apparsi su varie riviste musicali) ma
anche suonata. Il suo esordio come cantautore avvenne sulle assi di un palco
tanto piccolo quanto carico di storia: il Folkstudio del leggendario Giancarlo
Cesaroni. Testimone di quell'oscuro debutto un altro Francesco, che all'epoca
cantava di donne cannone e dei muscoli del capitano. Nel corso degli anni FL ha
suonato con numerose band proponendo sia materiale originale che cover,
principalmente ispirate alla musica West Coast. La passione per la musica di
Neil Young e di Crosby, Stills & Nash è coronata da alcuni momenti particolari:
nel 1992, quando Crosby, Stills & Nash invitano FL sul palco del Tendastrisce
per cantare con loro durante i bis del loro concerto romano, e tra il 1988 ed il
1997, quando in varie occasioni FL suona con Billy Talbot e Ralph Molina,
sezione ritmica storica dei Crazy Horse di Neil Young, esibendosi a Los Angeles
ed in altre località della Southern California. Durante le prove per queste
esibizioni, FL registra con loro alcune sue canzoni. FL ha suonato più di 200
concerti ed ha aperto gli spettacoli di alcuni piccoli grandi singer-songwriter
d'oltreoceano, tra i quali Jimmy La Fave (Jake & Elwood, Roma), Ben Vaughn, John
Wesley Harding, Joe Henry e Eric Andersen (Big Mama, Roma). Nel 2002 FL
partecipa a Londra ad una serata di musica dedicata a Neil Young. Dopo alcune
serate con Young & Old, tribute-band romana di Neil Young, nel 2004 FL si dedica
totalmente alle sue canzoni. Con l'aiuto di Daniele Cialente (batteria),
Gianluca Galletti (chitarra), Giorgio de Caroli (basso) e Luisa Capuani (voci),
mette a punto atmosfere e sonorità in bilico tra la canzone d'autore e un rock
notturno spruzzato di blues, il tutto cantato rigorosamente in italiano.
Contemporaneamente FL è al lavoro in studio per la realizzazione di un disco che
raccoglie alcune delle sue numerose canzoni in inglese. Da dicembre 2004 alla
fine di gennaio 2005, FL è stato ospite dello spettacolo 'Liberteatro' al Teatro
Politecnico di Roma, dove ha presentato alcune sue canzoni. Nel 1992 FL ha
contribuito alla realizzazione del libretto che accompagna il cofanetto
antologico di CSN. In qualità di fotografo, nel 2001 ha partecipato al booklet
del CD di David Crosby/CPR "Just Like Gravity". Alcune sue fotografie sono state
pubblicate su riviste straniere: Broken Arrow (Gran Bretagna), Routa 66
(Spagna), Shake! Magazine (USA).
Per maggiori informazioni:
www.francescolucarelli.com
RITFW
- Come è nata la tua passione per CSN&Y?
Francesco Lucarelli -
Nel 1976 un mio carissimo amico, Marco Martella, mi fece ascoltare alcuni dischi
che aveva portato in vacanza: c'erano Eagles, Joni Mitchell, James Taylor,
Jackosn Browne, CSN&Y. Suo fratello Carlo invece ascoltava John McLaughlin,
Billy Cobham, Santana. Rimasi colpito soprattutto da CSN&Y e Santana. Comprai
Four-Way Street, Déjà Vu, Abraxas, Caravanserai e suonai quei dischi per tutta
l'estate. Ho ancora ben presente i momenti in cui scartai gli lp, l'odore delle
copertine, la luce del sole di un tardo pomeriggio d'estate che illuminava il
salotto mentre ascoltavo in cuffia Déjà Vu. L'anno successivo Like a Hurricane e
After the Goldrush mi davano il colpo definitivo ed iniziò così il mio viaggio
nel mondo di CSN&Y.
Cosa hai provato ascoltando per la prima volta un loro disco?
Per la prima volta ascoltavo qualcosa che non trasmetteva solo emozioni
epidermiche e, oltre che al cuore, parlava anche alla mente. C'erano sentimenti
ed impegno, rabbia e sogni, e quel caleidoscopio racchiuso in quattro lettere ha
cambiato per sempre il mio approccio alla musica, non solo come ascoltatore.
Cosa invece hai provato ascoltando Neil Young per la prima volta?
Non ricordo esattamente ma ricordo che di lui mi colpì la poliedricità, quel
sapiente destreggiarsi tra il suono sporco dei Crazy Horse e le ballate
acustiche. E poi la sua voce che a volte sembra così fragile e sul punto di
spezzarsi, così come la senti sul bridge di 'Birds' o come avviene davvero 'Mellow
My Mind'. In quei momenti Neil mi ricorda l'albatro della poesia di Baudelarie e
viene quasi naturale schierarsi dalla sua parte.
Quanto è stato lungo il passo per fondare poi Wooden Nickel?
Nel 1983 a Londra scoprii l'esistenza di una fanzine dedicata a Neil Young. Era
Broken Arrow, pubblicata in Gran Bretagna e diretta a tutti quei disperati che
in quegli anni cercavano informazioni su Young. Si cercava con la lente
d'ingrandimento, spulciando tra le notizie in pillole, perché non era più di
moda - da un pezzo ormai - pubblicare cover-story o almeno articoli con un
minimo di approfondimento su Neil o CSN. Broken Arrow però colmava solo in parte
quel vuoto di notizie e così decisi di mettere in piedi una pubblicazione
dedicata al quartetto. Sapevo di poterlo fare grazie alla collaborazione di vari
collezionisti europei ed americani con i quali ero in contatto per lo scambio di
materiale, soprattutto nastri di concerti e ritagli di giornale. Questi contatti
mi avrebbero potuto aiutare con le notizie direttamente dagli Stati Uniti, dove
i giornali locali si occupavano ancora di CSN e di Young, specialmente in
occasione dei loro concerti. Inizialmente a Roma avevo il sostegno, più che
altro morale, di Marco Martella. Dopo uno o due numeri iniziarono a lavorare con
me anche Mauro Coscia e Stefano Frollano, due collezionisti romani che avevo
conosciuto nel frattempo.
Cosa ricordi dell'esperienza di Wooden Nickel e perché poi avete deciso
di chiudere i battenti?
Esperienza eroica. Cercavamo di tenere alta l'attenzione su CSN&Y e sulla loro
musica anche quando loro stessi facevano di tutto per non aiutarci: i dischi di
Young per la Geffen, Innocent Eyes di Nash, l'arresto di Crosby. Noi però
abbiamo tenuto duro per 8 anni circa e per complicarci un po' la vita facevamo
uscire due versioni della fanzine: una in italiano ed una in inglese. Era un
vero massacro in termini di tempo e sudore, ma le soddisfazioni furono sempre
parecchie. In quegli anni, quando comunicare non era così facile come oggi, ebbi
modo di conoscere ed incontrare un mucchio di appassionati sparsi per il mondo.
E' stato bello scambiarsi ricordi, sensazioni, opinioni e con alcuni di loro
sono in contatto ancora oggi. Direi che proprio le persone incontrate sono
l'eredità più bella che mi ha lasciato Wooden Nickel. Purtroppo tutte le cose
belle finiscono e quando io, Mauro e Frollano ci rendemmo conto che ormai non
riuscivamo più a trovare il tempo necessario per pubblicare Wooden Nickel con un
minimo di regolarità, decidemmo di chiudere. Ogni tanto abbiamo anche
accarezzato l'idea di iniziare di nuovo, con un numero all'anno, ma ormai le
fanzine cartacee sono un po' anacronistiche, con notizie superate dalla velocità
della tecnologia di cui disponiamo, e - a meno che non si abbiano i mezzi
economici sufficienti a stampare un prodotto qualitativamente bello - oggi una
fanzine come Wooden Nickel interesserebbe a pochi.
Che valore hanno oggi le canzoni di CSN&Y?
E'
difficile valutare una canzone al di fuori del momento storico in cui è stata
scritta, a meno che il punto focale del testo non sia legato ad argomenti senza
tempo come i sentimenti e gli affetti legati ad una sfera personale. Per cui
farei una distinzione: canzoni di ieri e quelle di oggi. Credo che brani come For What It's Worth, Almost Cut My Hair, Chicago, Ohio ebbero un valore enorme
quando uscirono. CSN&Y erano veramente i portavoce di una generazione: la gente
si identificava con loro e loro riuscivano ad interpretarne i sentimenti e a
tradurli in musica. Le nuove canzoni di CSN&Y hanno valore nell'attuale contesto
storico, il che significa che CSN&Y non sono dei vecchi hippy rincoglioniti,
fermi ai tempi di Woodstock, ma fortunatamente hanno qualcosa da dire anche su
quello che accade oggi. Di questo va dato loro merito, anche se non tutti i
nuovi pezzi sono memorabili come i capolavori di un tempo. Però sarebbe bene che
canzoni come la bellissima "It Won't Go Away" di Stills, pubblicata su "After
the Storm" di CSN, non finissero troppo presto nel dimenticatoio.
Politica, questioni ambientali e sociali, diritti umani, amore, famiglia: le
tematiche affrontate da CSN&Y sono rimaste bene o male le stesse. Quello che è
diverso è l'approccio: non più l'illusione di cambiare il mondo con una canzone
ma la disincantata concretezza di chi sa di poter comunicare con un elevato
numero di persone e di poter dir loro qualcosa. CSN&Y lo sanno e sanno che il
loro messaggio può arrivare a chi non ha mai sentito parlare della Enron, a chi
ha dei dubbi su dove finiscano le scorie nucleari o, semplicemente, a chi in
questi tempi oscuri ha bisogno di una buona melodia che lo conforti. A parte
Stills, che oggi mi sembra il meno motivato dei quattro, CSN&Y sono consapevoli
di questo ruolo e fortunatamente la loro voglia di parlare alle nostre
coscienze, e ai nostri cuori, è ancora viva. Che i risultati poi non siano ai
livelli di un tempo è un altro discorso. Io ritengo naturale che la creatività
di un autore di canzoni rock segua una curva e raggiunga l'apice intorno ai
trent'anni. Poi è probabile che anche nella maturità un grande artista sia
capace di raggiungere picchi creativi interessanti, tirare fuori il colpo a
sorpresa, ma il fuoco iniziale è perso per sempre, stemperato da carriera,
onori, errori, delusioni, famiglia e un po' di routine.
Come mai secondo te qui in Italia, CS&N, hanno avuto un seguito di elite
mentre Young è arrivato ad un pubblico più grande?
Le ragioni sono diverse. Innanzitutto, l'indiscutibile diversità di peso
specifico. Siamo di fronte a quattro grandi artisti ma Young è un fuoriclasse e
lo ha dimostrato sia nella costanza con cui ha saputo scrivere ed incidere
album, sia nella capacità di rischiare, sia nella voglia di sperimentare. Non
sempre i risultati sono stati buoni ma questa sua irrequietezza lo ha mantenuto
più fresco e gli ha indubbiamente guadagnato la simpatia e la stima di molti
colleghi, del pubblico e, soprattutto, della critica che in questo modo non lo
ha mai accostato ai dinosauri del rock. Analizzando poi il diverso seguito che
hanno CSN e Young in Italia, aggiungerei anche che Neil qui ha suonato un
discreto numero di date in anni diversi: 1982, 1987, 1989, 1993, 2001, 2003.
Come trio, CSN sono venuti solo in uno dei loro periodi più oscuri (1983) e
quando non avevano nessun disco nuovo alle spalle, cioè nel 1992, anche se
all'epoca era stato da poco pubblicato il loro bellissimo cofanetto. Di
conseguenza, l'interesse di stampa e pubblico nei loro confronti è stato
limitato e questo non li ha certo aiutati a costruire una base solida di fan.
E' vero che i tre ci hanno provato anche come solisti: ci sono le date di Stills
nel 1980 con la Carovana del Mediterraneo (Richie Havens e Branduardi) e Nash
ospite a Napoli, alcuni concerti di Crosby (1989) e CPR (1998 e 2001), e le
recenti date di Crosby & Nash. Tenendo conto però che in Italia CSN sono
conosciuti quasi esclusivamente per Déjà Vu e Four Way Street, cioè quando si
parla di Crosby, Stills, Nash AND YOUNG, vedrai che, togliendo Neil
dall'acronimo, molti non sapranno neanche di chi stai parlando.
Come vedi l'ultima produzione di Neil Young e quali sono secondo te le
sue mosse future?
Le ultime cose belle di Young risalgono per me a Ragged Glory. Niente di
originale, per carità, ma quello era un album autentico, omogeneo, spontaneo e
con un grande suono.
C'è qualcosa di buono anche su Sleeps with Angels ma chi ritiene che quel disco
sia il Tonight's the Night degli anni Novanta deve aver bevuto qualche tequila
di troppo. E di certo non Josè Cuervo Gold!
Previsioni sulle mosse future di Young è inutile farne: lui ci ha abituato ad
aspettarci di tutto e ci ha spiazzato anche quando attendevamo progetti dati per
certi. Posso solo sperare che questa volta ci sorprenda con qualcosa di
veramente bello. E' da tempo che aspetto.
Hai avuto un rapporto diretto con Sonny Mone, Billy Talbot, Ralph Molina
e Poncho Sampedro, cosa puoi raccontare di questa esperienza con i Crazy
Horse?
Non conosco personalmente Poncho ma conosco molto bene Ralph, Billy e Sonny. Con
tutti e tre ho avuto modo di trascorrere bellissimi momenti musicali nei miei
viaggi in California. La prima volta è stata nel gennaio del 1988: ero a Los
Angeles e chiamai Talbot, il quale mi portò in giro per la città. Passammo a
trovare Elliot Roberts al Lookout Management. Elliot era rimasto molto colpito
da alcune mie composizioni, che aveva ascoltato su un nastro con dei demo, e
ragionammo sulla possibilità che io firmassi un contratto di edizioni musicali
per lui. Non se ne fece nulla ma lui ancora oggi è interessato alle mie canzoni,
anche a quelle nuove. Vedremo cosa ne uscirà. Dopo l'incontro con il manager di
Neil, Billy mi fece fare conoscenza con Sonny Mone, un brillante cantautore poco
più grande di me con il quale lui stava lavorando all'epoca. Chiacchierammo un
po', cucinammo insieme e quella sera stessa finimmo a suonare in un locale a
nord di Los Angeles! A novembre dello stesso anno tornai di nuovo in California
per assistere ad un concerto di beneficenza a cui prendevano parte Jackson
Browne e CSN&Y. Fui ospite di Sonny
Mone per una settimana e tutti i pomeriggi
li trascorremmo a suonare insieme a Billy e a Ralph nel garage di casa Talbot.
Fu un esperienza entusiasmante. Suonavamo un po' di tutto ma io evitavo di
proporre canzoni di Young, perché mi sembrava sacrilego. Finimmo per suonare
perfino "Who'll Stop the Rain?" dei Creedence e "All Along the Watchtower".
Quella fu la prima volta che Billy e Ralph suonarono quella canzone prima di
riprenderla anni dopo con Neil! Prima del mio ritorno in Italia registrammo un
mio brano. Nel garage c'erano solo apparecchi di fortuna e i frutti di quella
sessione finirono su una semplice audio-cassetta: purtroppo la qualità sonora
non è delle migliori.
Sei un collezionista? Come vivi il collezionismo di materiale raro di
CSN&Y?
Sono nato collezionista. Ho iniziato, come molti, con le figurine, e poi sono
passato alle squadre di Subbuteo, ai fumetti, fino ad arrivare ai francobolli,
una passione che mi aveva trasmesso mio nonno materno. Già da piccolo avevo però
sviluppato un grande amore per la musica e mi piaceva avere i 45 giri di tutte
le canzoni che dalle frequenze della radio arrivavano a quelle del cuore. Da
quando CSN&Y sono entrati nella mia vita, oltre alla musica ed ai dischi, ho
iniziato ad interessarmi a tutto il materiale ad essi legato: riviste, poster,
biglietti dei loro concerti, libri, fotografie, tour-program. Ho messo in piedi
una discreta collezione, tanto che sono stato contattato anche da Joel Bernstein,
l'archivista e fotografo di Young, che stava cercando le copertine di alcuni
album e 45 giri rari da poter riprodurre per il libro che sarà allegato al box
del Canadese. La cosa più curiosa legata al collezionismo è che a volte ho
sognato di essere in qualche negozietto di dischi dove trovavo rarissimi 45 giri
di Neil Young e CSN con bellissime copertine. Quei sogni mi sembravano talmente
reali che un paio di volte, al risveglio, ho dovuto verificare se tra i miei
singoli ci fossero davvero quelli che avevo sognato!
Fortunatamente la passione non si è mai tramutata in un'ossessione maniacale ma
è semplicemente rimasta una forma di difesa contro il livellamento eccessivo di
gusti e preferenze che oggi ci viene imposto con un bombardamento continuo di
messaggi di ogni tipo.
Oggi la 'febbre' non è più ai livelli di un tempo e non ho bisogno di possedere
qualsiasi edizione di disco con copertina diversa, o qualsiasi rivista
contenente articoli sui quattro. Certo, se esce fuori qualcosa di bello o
particolare, cerco di procurarmelo, ma non sono più a caccia come una volta. Ora
preferisco convogliare soldi, energie e tempo in attività creative e per
realizzare alcuni progetti personali.
Sei un ottimo fotografo e hai curato lo splendido Photospecial, quanto è
importante la fotografia secondo te nel rock?
Grazie per il complimento, anche se in realtà sono appena un discreto fotografo
amatoriale, con un buon occhio per la composizione.
Ritengo che la fotografia sia stata determinante nel definire alcuni artisti
nell'immaginario dell'ascoltatore. Prendiamo ad esempio Hendrix, Lennon o
Springsteen. Il posto che loro occupano nella storia della musica sarebbe lo
stesso anche senza tutta l'iconografia ad essi legata. Ma quel corollario di
immagini, luoghi e colori, che ti attraversano la mente ascoltando i loro album,
non sarebbe il medesimo se tu non potessi associare le loro canzoni ad alcuni di
quei ritratti-simbolo che hanno scolpito per sempre il loro volto nella galleria
del rock.
Purtroppo da anni il posto della fotografia è stato preso dai video, che
lasciano poco alla fantasia dello spettatore/ascoltatore e quindi quel processo
di associazione immagini-musica è venuto a mancare. Tutto è già pronto e
confezionato. E poi c'è un fattore determinante: il tempo. Con tutta la
tecnologia di cui disponiamo, e che dovrebbe renderci la vita più semplice,
abbiamo meno tempo di quindici - venti anni fa. Ormai accade sempre più spesso
che la musica si ascolti facendo altro ed anche i video sono il sottofondo ad
altre attività. Alla fine gli artisti e le loro canzoni non sono che prodotti da
consumare in fretta per far posto al nuovo 'articolo' da imporre sul mercato.
Non c'è più spazio per creare dei miti che riescano a accaparrarsi un posto
duraturo nell'olimpo della musica rock. Gli idoli di oggi durano lo spazio di
una hit e quando il loro ritornello esce dalle zone alte della classifica
vengono dimenticati in fretta.
Hai realizzato con Stefano Frollano CSN and sometimes Young, cosa ti è
restato di questa esperienza?
La realizzazione di quei tre libri mi ha lasciato in bocca un sapore agrodolce.
Mi sono sbattuto per far sì che oltre al contenuto anche la 'confezione' fosse
all'altezza ed invece non avevo ancora realizzato con chi avessimo a che fare.
La casa editrice infatti era olandese, scovata da Lucien van Diggelen - che
insieme a Herman Verbeke faceva parte del quartetto che lavorava al progetto -
ma né io né Stefano conoscevamo a fondo la realtà di Gopher Publishers.
Evidentemente neanche Lucien, né Herman avevano capito con chi avremmo avuto a
che fare. Non era affatto chiaro che nessuno avrebbe lavorato alla parte grafica
dei libri, né che la stampa non sarebbe stata all'altezza di un'opera simile.
Per non parlare della promozione quasi inesistente e della diffusione nulla,
nonostante tutti i miei suggerimenti, consigli e indicazioni. Se avessimo
pubblicato i tre libri per conto nostro, il risultato sarebbe stato senza dubbio
migliore, come testimonia la qualità del materiale e della stampa del
Photospecial e la sua discreta diffusione in tempi in cui internet non era
ancora di uso comune. Con questo sfogo non intendo dire che i libri non valgano
quello che costano ma mi sarebbe piaciuto che il progetto fosse stato preso in
mano da un grosso editore, il quale avrebbe certamente consentito una migliore
qualità grafica e, probabilmente, un prezzo al pubblico
inferiore.
I ricordi migliori di questa esperienza, quasi decennale, sono indubbiamente
quelli legati alle interviste, ai musicisti che ho incontrato e con i quali ho
chiacchierato di CSN&Y e della musica. Stills, a casa sua, nella stanza del
biliardo. Crosby e Nash, in varie occasioni, perfino in uno studio di
registrazione a Santa Monica durante le sessioni di After the Storm, con Glyn
Johns che mi invitò a sedere accanto a lui in regia mentre Stills si lanciava in
una 'take' di "It Won't Go Away". Jackson Browne, a casa sua, comodamente
sprofondati nelle poltrone del suo salotto. Mike Finnigan, chiacchierando seduti
sul bordo della sua piscina, un paio di giorni dopo il terremoto di Los Angeles
del 1994. Joe Lala, il percussionista. Craig Doerge, mentre una limousine ci
portava da Reno (Nevada) a Lake Tahoe, dove si sarebbe esibito con Crosby & Nash.
Bobby Ingram, un vecchio compagno di avventure di Crosby, quando suonavano
ancora musica folk nei primi anni Sessanta, con il quale ho parlato per più di
quattro ore in un piccolo ristorante nel cuore di Roma. Sono stati momenti
irripetibili, piccoli viaggi attraverso pagine sconosciute della musica e della
vita di questi artisti, che in parte mi hanno ripagato di tutta l'energia
dedicata ai tre volumi su CSN&Y.
Sul tuo sito racconti che hai suonato con CSN, raccontaci qualche
aneddoto del tuo rapporto diretto con loro?
Io ho cantato con CSN una sola volta, per il breve spazio
di una canzone, quando ho avuto la fortuna e l'onore di essere invitato sul
palco del Tendastrisce a Roma nel 1992. L'anno seguente c'è stata una jam con
Crosby a casa mia, durante la quale mi disimpegnavo tra le voci e i fornelli.
Musicalmente è tutto, ma conosco CSN dal 1988 e da allora li ho incontrati
numerose volte in tour, in studio, a casa loro e puoi immaginare che ogni volta
fosse un momento per me memorabile e di aneddoti ne esistono dozzine. Forse
quello che meglio descrive questi straordinari artisti, ed il rapporto che si è
creato tra noi, risale proprio all'anno in cui li conobbi personalmente. Era
l'estate del 1988 ed ero negli Stati Uniti con due miei amici, Mauro Coscia e
Lorenzo Conci, con i quali avevo deciso di seguire alcune date di CSN sulla East
Coast. Incontrammo CSN per la prima volta nel backstage del Jones Beach Theatre,
a Long Island N.Y., e subito risultammo simpatici a CSN e al loro crew. Fu così
che nei giorni a venire trascorremmo varie ore con Nash - restano memorabili una
passeggiata insieme a lui per le strade di Manhattan e una lunga chiacchierata
nella sua stanza d'albergo a Philadelphia - e con gli altri. Il giorno del
secondo concerto a Philadelphia avevamo un appuntamento con Crosby nell'albergo
dove alloggiava. Noi venivamo da fuori città ed eravamo in ritardo, così
iniziammo a superare
i limiti di velocità sull'autostrada. Fummo fermati dalla
polizia che ci portò alla centrale e ci fece una multa salatissima; inoltre
arrivammo tardi all'appuntamento con Crosby: la delusione era totale.
Nell'albergo Nash e la band notarono i nostri musi lunghi e noi raccontammo
l'accaduto. Il concerto fu bellissimo e Graham durante il suo set acustico fece
un imprevisto cambio di programma e suonò 'Prison Song', dedicandola
affettuosamente a noi tre e alla nostra disavventura del mattino. Ma la cosa più
incredibile avvenne dopo il concerto, quando CSN e i loro musicisti ci portarono
una busta, che - con nostra grande sorpresa - conteneva dei dollari. Nash ci
spiegò che tutto il gruppo era rimasto male per quello che ci era capitato e
così avevano pensato di fare una colletta per noi. Ci restituirono tutto quello
che avevamo pagato alla polizia, tranne 5 dollari. "Così vi ricorderete di
rispettare i limiti di velocità", ci disse Graham con un sorriso.
Aneddoti invece su Neil?
Con Young non ho lo stesso rapporto che ho con Crosby & Nash, o con Talbot e
Molina. Sarebbe incredibile il contrario, vista la levatura del personaggio, e
comunque mi sta bene così, altrimenti quell'aurea di mito che conserva ancora di
fronte ai miei occhi andrebbe irrimediabilmente perduta conoscendolo come
individuo. D'altronde basta leggere poche righe della biografia di Jimmy
McDonough per capire che Young è meglio conoscerlo solo come artista. Da
semplici ascoltatori, però, perché altrimenti, stando ai racconti di chi lavora
insieme a lui, probabilmente non lo apprezzeremmo tanto quanto facciamo ora.
A parte queste considerazioni, mi è capitato di incontrare Neil più volte.
Incontri di pochi istanti, come a Roma nel 1987 o Milano nel 1989, a volte di
qualche minuto, come a New York nei camerini del Madison Square Garden durante
il tour di CSNY 2000 e a Londra nel 2003 nel backstage dell'Hammersmith. Nel
1996 a Monaco sono stato più fortunato: avevo un appuntamento con Talbot
nell'albergo della band e Neil era nella stanza di Billy insieme ad Elliot
Roberts. C'era la chitarra acustica di Talbot e ce ne siamo fatti prestare
un'altra da Sampedro. Così, mentre Neil e Elliot finivano di leggere una
rassegna stampa sul disco "Broken Arrow", abbiamo inziato a suonare alcune
canzoni che avevamo scritto insieme nel 1993. Speravo che Young si incuriosisse
al punto da unirsi a noi ma non avvenne. Comunque era già abbastanza
entusiasmante quello che stava accadendo e io e Billy passammo un'oretta a
suonare e a scambiarci canzoni. Poco più tardi, ero ospite del piccolo pullman
che portava la band all'Olympiahalle. Sedevo accanto a Ralph e nei sedili
dall'altro lato del corridoio c'erano
Neil e Billy e così ho potuto scambiare
qualche battuta con Young. Niente di eccezionale: qualche mio commento sul
disco, qualche sua impressione sul tour e sulle canzoni che stavamo suonando io
e Talbot. Poi Young è rimasto silenzioso fino all'arrivo all'Olympiahalle,
probabilmente iniziando a concentrarsi sullo spettacolo. E' stato davvero un
momento emozionante, perché sentivo che lì dentro non ero considerato un fan ma
un musicista tra musicisti.
L'incontro che però rimarrà irripetibile avvenne nel 1993 in California. Con
Isabella, la mia ragazza, ero ospite di David Briggs, che avevo conosciuto
qualche anno prima a Roma. Un mattino mi disse che lui doveva andare al ranch di
Neil per discutere di affari e che se ci andava, saremmo potuti andare con lui.
Non fu difficile cambiare programma e posticipare la visita a San Francisco al
giorno successivo. Il ranch di Neil è come lo immagini dalle foto viste sugli
spartiti o dagli spezzoni di qualche filmato: immenso. Immerso nel silenzio
delle colline della contea di San Mateo, il Broken Arrow ranch è così grande che
- per evitare guai - Neil ospita una piccola stazione di pompieri all'interno
della sua proprietà. Non si sa mai…
Noi lo raggiungemmo dalla costa, tagliando attraverso la campagna e entrando dal
retro, oltrepassando un anonimo cancelletto di ferro fino ad arrivare alla
palizzata
bianca che si vede sul retro della copertina di American Dream. La
prima sosta fu presso il capannone che Neil utilizza come rimessa per la sua
collezione di automobili. L'unica differenza che passa tra noi e lui è che noi
da bambini collezionavamo modellini, lui colleziona auto d'epoca vere. Al riparo
dal sole e dalle intemperie, all'interno del capannone trovavano posto una
cinquantina di veicoli, alcuni tirati a lucido, altri in fase di riparazione.
Ricordo ancora una Cadillac Eldorado Biarritz bianca e blu di fine anni
Cinquanta, una Buick Roadmaster del 1948, una Chevrolet 'Sedan Delivery' e poi
vecchie Corvette, Chrysler ed un mucchio di altre. Quello fu solo il principio
del giro all'interno del ranch. La tappa successiva fu il vecchio granaio dove Neil e i Crazy Horse avevano registrato Ragged Glory. Là si iniziava davvero a
respirare aria di mito: appena entrati, di fronte a me, una scaffalatura in
legno piena di amplificatori vintage: testate, casse e combo Fe
nder di fine anni
Cinquanta in quantità, i primissimi modelli della Boogie, alcuni inusuali combo
della Gibson fine anni Cinquanta / primi Sessanta. Il cuore già iniziava a
pompare forte. Poi entrammo nella grande sala dove la band è solita ritrovarsi
per suonare: c'era la batteria di Ralph Molina montata, altri amplificatori
sparsi ai lati, una finestra spalancata su una vallata verde. Per un attimo
rimasi senza fiato: appesi alle pareti, tra scritte e dediche di amici e
musicisti passati di là, numerosi oggetti appartenenti alla storia younghiana,
come l'armonica gigante usata per il tour di Rust Never Sleeps. I miei occhi
vagavano all'interno di quell'enorme stanzone alla ricerca di qualsiasi
particolare che potesse parlarmi di qualche disco o tour di Neil. Il silenzio
che mi circondava era irreale, pensando a quanta musica era stata creata là
dentro. Le pareti di legno sembravano ancora intrise della ruggine gloriosa di
Love and Only Love, Mansion on the Hill, White Line e ogni crepa in quelle assi
aveva probabilmente una storia da raccontare. Mi ci volle un po' per riprendermi
da quello stordimento di emozioni e ricordi che si accavallavano: giusto in
tempo per vedere dal finestrino
"the White House", la casa per gli ospiti, dove
anche CSN avevano soggiornato per settimane durante le registrazioni di American
Dream. Poco dopo eravamo di fronte al Redwood Digital, lo studio di
registrazione di Neil. Quella che dall'esterno sembra una semplice abitazione in
legno è in realtà lo studio di registrazione di Young: una piccola sala
d'incisone, una regia altrettanto minuscola ed un'altra stanza con un bel numero
di chitarre e bobine. Bobine vecchie e nuove, senza un preciso ordine
cronologico, forse materiale che in quei giorni Neil aveva preso in
considerazione per gli Archivi o per qualche altro progetto. Ricordo
distintamente una bella serie di custodie di cartone marcate 'Bluenotes',
probabilmente relative al progetto abortito "This Note's For You, Too", il
secondo disco dei Bluenotes mai pubblicato. Nella sala di registrazione, per
terra vicino ad un caminetto, una placca metallica arancione con una scritta in
rilievo appena scrostata dagli anni: Buffalo Springfield! Non avevo mai visto
nessuna immagine di quell'oggetto che aveva dato il nome ad uno dei capitoli per
me più belli della musica californiana e vederlo lì per terra mi sembrò quasi
blasfemo. In regia incontrai Ben Keith. Ben stava lavorando su alcune
registrazioni, che sarennero poi diventate "Seven Gates", un album che raccoglie
una serie di canzoni natalizie e al quale parteciparono, tra gli altri, Neil
Young, J.J. Cale, Johnny Cash e Nicolette Larson. Parlammo di quel disco e lui
mi chiese se potevo mandargli qualche disco di musiche natalizie tradizionali
italiane. Parlammo anche dell'allora recente Unplugged di Neil e del perché non
aveva funzionato quello registrato a New York a Dicembre dell'anno precedente.
Fu un incontro estremamente illuminante ed insieme ascoltammo alcune canzoni:
Down By The River e The Last Trip To Tulsa dall'Unplugged dell'Ed Sullivan
Theater di New York e poi una sorprendente versione acustica di Sample And Hold
e la meravigliosa Winterlong dall'Unplugged registrato il mese precedente agli
Universal Studios di Los Angeles.
Insieme a Ben c'era John Hanlon, un giovane ingegnere del suono che aveva
lavorato con Neil su Ragged Glory, Weld e durante le sessioni dell'Unplugged.
John fu davvero cortese nel mettere a disposizione le canzoni che volevamo
ascoltare e durante l'ascolto raccontò un paio di aneddoti relativi alle
registrazioni. Dopo i saluti e le foto di rito, mi spostai appena di qualche
metro per scoprire che i tronchi e le assi di fronte a me altro non erano che la
struttura di un piccolo palco all'aperto. Quello era esattamente la pedana sulla
quale CSN&Y
avevano preparato il loro "1974 World Tour". Briggs mi accompagnò
poi all'interno di un altro casolare di legno, anch'esso apparentemente
insignificante. Una volta entrato, mi accorsi di essere di fronte al "sancta
sanctorum" di Neil: gli archivi!
Scaffali e scaffali di bobine, alcune contenenti i famigerati concerti acustici
del 1968. Registrazioni live, sessioni in studio e progetti realizzati. Nastri
multi-traccia e nastri con i mix definitivi. Acetati, vinile, fogli con
track-list piene di note e correzioni, molte delle quali appartenenti ad una
calligrafia a noi ben nota. Troppo perché i miei occhi potessero incamerare
tutto in pochi minuti. Là scoprii anche una busta che avevo spedito a Joel
Bernstein con del materiale per gli archivi e la cosa mi fece sussultare. Prima
che potessi perdere definitivamente i sensi di fronte a quanto vedevo, e che
probabilmente non avrei mai potuto ascoltare, se non in parte quando Young
deciderà di pubblicare il suo cofanetto, montai nuovamente in macchina. Come
detto,
Briggs doveva incontrare Neil per lavoro e quindi ci dirigemmo verso la
casa del Canadese. Attraversammo un altro bel pezzo di terra, percorremmo quel
tratto di strada raffigurato sulla copertina di Old Ways, superammo vaste aree
recintate con mucche, bisonti ed altri animali e alla fine arrivammo. La casa di
Young è una costruzione in legno su due piani, di dimensioni normali ma con un
paio di particolari che la rendono caratteristica: una specie di torre con il
tetto conico, come nei castelli delle fiabe, ed una stanza del secondo piano con
grandi vetrate ed una copertura anch'essa in vetro. Come mi spiegò Briggs,
quella era la stanza dei giochi dei figli di Neil, che così potevano avere la
sensazione di essere all'aperto anche quando giocavano là dentro nelle giornate
più fredde. David Briggs lasciò me ed Isabella ad attenderlo in macchina per
vedere se il padrone era in casa. Io intanto mi guardavo intorno e notai, a un
centinaio di metri da me, un laghetto. Doveva essere proprio quello al centro
del quale Neil aveva condotto Nash, a bordo di una barchetta a remi, per
ascoltare alcuni pezzi di Harvest dopo aver sistemato una grossa cassa da
concerto su una finestra della casa ed una nel granaio adiacente. Young non era
in casa: Pegi aveva detto che Neil era in giro per il ranch con la motocicletta.
Conoscendo bene le abitudini del suo vecchio compagno di avventure, Briggs
ipotizzò che avremmo potuto incontrarlo nel granaio che ospitava il grande
plastico per i treni in miniatura dove Neil giocava con Ben. Dopo un breve
tragitto, arrivammo alla piccola costruzione: l'Harley di Neil era parcheggiata
là fuori. Entrammo. Io mi sentivo abbastanza a disagio, non tanto per essere di
fronte ad uno dei miei artisti preferiti, quanto perché mi trovavo a casa sua e
lui non sapeva chi fossimo. Mi sentivo quasi un intruso. In effetti, Young,
mentre parlava con Briggs, che ancora non ci aveva presentato, ci guardava
accigliato. Trascorse qualche minuto e, dopo le presentazioni, Neil divenne più
cortese. Mi invitò a non fare fotografie all'interno della stanza con il
plastico, perché quella era davvero una zona privata, il luogo dove passava
lunghe ore a giocare con Ben, il figlio tetraplegico. Per il resto, fu molto
amichevole e si dilungò nell'illustrarmi fino nei minimi particolari come avesse
progettato e realizzato da sé uno speciale dispositivo elettronico che
consentisse a Ben di giocare - senza alcun aiuto esterno - con i treni del
plastico, accedendo a tutte le funzioni: passaggi a livello, scambi di binari,
arresto della locomotiva, retromarcia. Era bello vedere l'entusiasmo con cui
Neil parlava di qualcosa che lo legava al figlio e del tempo che loro due
trascorrevano insieme là da soli a giocare. Era ovvio che, come padre, Young
fosse completamente diverso dall'artista che non guarda in faccia a nessuno.
Trans, che avevo già rivalutato - almeno a livello di concetto - dopo aver letto
alcune interviste con Neil, assumeva davvero un altro significato. Computer Age,
Transformer Man e il dispositivo che Neil aveva costruito per consentire a Ben
di giocare con i trenini elettrici: tutto tornava alla perfezione. E' questo il
più bel ricordo che conservo di lui.
Parlando ancora di Neil Young cosa ti ha colpito del suo songwriting, e
parlo di musica, di testi, delle atmosfere?
In un'intervista Young raccontò di quando, ragazzino, s'intrufolò nella stanza
che suo padre utilizzava come studio. "Cosa stai scrivendo?" chiese Neil al
padre. "Non so…vengo qui tutti i giorni e comincio a scrivere. A volte non
scrivo nulla, a volte scrivo tutto il giorno" rispose Scott. Dal padre Neil non
ha ereditato la stessa attitudine nei confronti della scrittura. Nel 1979
raccontava a Cameron Crowe, allora affermato giornalista di Rolling Stone, che
lui non prova mai a scrivere, anzi possono trascorrere anche mesi senza che
scriva nulla. Se non c'è ispirazione Neil preferisce dedicarsi al giardinaggio.
Fortunatamente Young è prolifico e questo gli ha consentito di esplorare diversi
territori del songwriting. Quello che mi ha sempre affascinato di lui è proprio
la varietà di temi, di tecniche di scrittura e di stili musicali che lo hanno
reso un personaggio unico nel mondo della musica moderna.
Come autore, Neil alterna abilmente metafore ("Thrasher") a piccoli bozzetti di
vita ("This Old House"), immagini impenetrabili ("The Last Trip to Tulsa") a
versi piuttosto banali ("When I Hold You In My Arms"), a volte decisamente
insulsi ("Welfare Mothers"). C'è da dire che spesso le liriche meno geniali sono
volutamente povere, probabilmente perché legate all'immediatezza del genere
musicale con il quale il Canadese si sta divertendo in quel momento. Non è un
caso che la maggior parte dei testi che appartengono a questa categoria si
trovano su album come "This Note's For You", "Are You Passionate?", "Old Ways",
"Everybody's Rockin'". Là tutto viaggiava a braccetto: i temi delle canzoni, le
parole, la musica, perfino l'abbigliamento di Neil. E' un gioco, un semplice
divertissement. E' proprio questo che lo rende intrigante: la capacità di
passare dalla disarmante e misteriosa efficacia di "There's more to the picture
than meets the eye" all'idiozia di "Got mashed potatoes, ain't got no T-Bone".
Anche se questo è il medesimo motivo per il quale trovo che Neil sia davvero
irritante! Comunque con 40 album e passa sulle spalle, e dopo essere stato
denunciato per non 'suonare' come il vero Neil Young, lui può permettersi questo
e altro, sempre che non si diverta a giocare per più di due album di seguito.
Pur non arrivando ai livelli di Springsteen o Steve Earle, eccezionali nel
dipingere caratteri e personaggi, Young mi piace anche come narratore. Mi piace
lo stile quasi cinematografico che utilizza in alcune canzoni. "Powderfinger",
ad esempio, potrebbe essere la trama di un film. Mi piace il modo con cui
affronta temi storici, come in "Cortez the Killer" e "Pocahontas", dove ci sono
interessanti giustapposizioni con argomenti attuali.
Passando poi alla musica, lo Young che preferisco è quello con i Crazy Horse. In
quel contesto, il processo creativo raggiunge l'apice della spontaneità e tutto
può accadere. I quattro sono come un treno in corsa che potrebbe deragliare in
ogni istante o filare via splendidamente verso la gloria. Anni fa, mentre
stavamo portando un demo a Ron Stone nel suo ufficio del Gold Mountain
Management a Hollywood, Ralph Molina mi raccontò che quando Neil organizza delle
sessioni di registrazione con il Cavallo, nessuno sa che cosa lui voglia
suonare. I registratori sono in funzione fin dal momento in cui la band entra
nel vecchio granaio dove loro sono soliti provare e registrare, Neil imbraccia
la chitarra e si inizia. Potrebbe essere il disastro totale, invece spesso la
prima o la seconda take sono quelle che finiscono sull'album. Certo, capita che
alcune cose facciano davvero schifo e Neil diventi furioso, ma questo è il
prezzo da pagare per cogliere la vera anima delle canzoni di Young. Amo anche il
lato acustico, ma non quello troppo sdolcinato o quello che sconfina nel
country. Le ballate solo piano o chitarra mi restituiscono il lato romantico di
questo poliedrico artista e mi fanno apprezzare le canzoni per quello che sono:
parole e melodia. Non serve nient'altro.
Quanto secondo te hanno influenzato la musica italiana Neil Young e CS&N?
Basandomi su quanto ha offerto fino ad oggi la produzione italiana, direi
abbastanza poco. Musicalmente l'Italia è sempre stata una colonia britannica:
negli anni Settanta esisteva solo il progressive, negli Ottanta c'è stata la
fase 'dark' con una spruzzata di Spandau e Duran, poi nei Novanta è arrivato il
brit-pop. Anche per il blues all'inizio qui sembrava che esistesse solo John
Mayall. Che si conoscessero anche B.B. King e Muddy Waters era solo l'eccezione
a conferma della regola. Alle nostre latitudini il rock americano ha lasciato
poche tracce, che puoi pescare qua e là nella canzone d'autore, a partire da
Battisti e arrivando a Massimo Bubola. Ma fino a quando Ligabue non ha arruolato
i ragazzi dei Rocking Chairs come compagni d'avventura, certi suoni li potevi
ascoltare solo nei piccoli club e nei pub dove volenterose cover-band o artisti
di nicchia cercavano di far sentire cosa accadeva dall'altra parte dell'Oceano.
Oltre ad essere un appassionato, sei anche un musicista: quanto ti hanno
influenzato, musicalmente parlando, CSN&Y?
CSN&Y mi hanno insegnato tre cose: il fascino del far coesistere canzoni
elettriche ed acustiche, l'inestimabile valore che le armonie vocali aggiungono
alla musica ed il segreto della semplicità. Non sempre la tecnica ti aiuta a
regalare emozioni, specie quando è vissuta solo come una vetrina per far mostra
delle proprie capacità. Anni fa andai ad ascoltare Al Di Meola, John McLaughlin
e Paco De Lucia in concerto: ero entusiasta del loro live "Friday Night in San
Francisco" ma quella sera tornai a casa davvero deluso. Il palco mi era sembrato
più una palestra per ginnasti delle dita che il luogo magico in cui suonare
musica e creare emozioni.
Io sono perfettamente a mio agio con le rudimentali nozioni di chitarra di cui
faccio uso e con il fatto che il mondo sia pieno di musicisti preparati che mi
fanno parecchi giri intorno. D'altronde ognuno deve sviluppare le proprie
capacità in determinate direzioni: io ho scelto di scrivere canzoni e ho perfino
la faccia tosta di cantarle. Mi piacerebbe aver il tempo di perfezionare la mia
tecnica, ma per ora quello che a me interessa è trasmettere emozioni e credo di
esserne capace anche con tre accordi e facendo poco uso del barrè. Con tutto il
rispetto, e con le dovute differenze, artisti come Young, Nash, Dylan non sono
proprio dei maestri dello strumento, né autori di canzoni basate su sequenze di
accordi particolarmente intricate. Però le loro canzoni, spesso le più semplici,
colpiscono nel segno. Prendiamo Dylan, ad esempio: non è un caso che "All Along
the Watchtower" sia una delle sue canzoni più interpretate. Tre accordi, melodia
semplice e diretta, il giusto tiro e un buon testo: cosa altro dovrebbe servire?
Stiamo parlando di musica rock, non di Stravinskij o Mozart. Il rock è un'arte
democratica, c'è posto anche per me.
Recentemente hai preso parte a Liberteatro. Cosa ci racconti di questa
esperienza?
La mia partecipazione è stata abbastanza casuale. Conosco Francesco Bonelli,
l'autore dello spettacolo, e a metà novembre 2004 l'ho chiamato per sapere cosa
stava combinando, dal momento che ci eravamo riproposti da tempo di lavorare
insieme. Avevo del materiale nuovo da fargli ascoltare e magari nel tempo
sarebbe potuta nascere una collaborazione. Invece lui aveva un progetto già in
fase avanzata e mi ha chiesto se fossi stato disposto a prendervi parte. Mi
parlava di un contenitore teatrale di prosa, poesia e musica. Onestamente non
avevo ben capito di cosa si trattasse e, soprattutto, ero in un periodo di prove
intense con il mio gruppo. Così mi sono preso alcuni giorni per riflettere.
Quando poi ho confermato la mia partecipazione, lui mi ha risposto: "Ottimo!
Proviamo domenica 5. L'8 dicembre si inizia.". Sono rimasto abbastanza sorpreso
dalla scadenza così ravvicinata e dall'esiguo numero di prove ma poi tutto è
andato benissimo. Il mio impegno era limitato all'interpretazione di alcune mie
canzoni in italiano e quindi abbiamo lavorato più che altro sui tempi, sugli
ingressi, sui ritmi dello spettacolo e non sulla parte musicale. Non sulla mia,
per lo meno, perché lo spettacolo era arricchito dalla presenza di una band
eccezionale che accompagnava Bonelli in alcune canzoni e che arricchiva 'Liberteatro'
con bellissime musiche originali, scritte appositamente per commentare alcuni
momenti dello show.
'Liberteatro' è stato in scena quasi due mesi, durante i quali c'è stato spazio
per i testi di Stefano Benni, Walt Whitman, Charles Bukowsky, Antoine de
Saint-Exupery, Edoardo De Filippo, Arthur Rimbaud, Pablo Neruda e per canzoni di
Ivano Fossati, Francesco De Gregori e vecchi standard come 'Somewhere Over the
Rainbow', 'What a Wonderful World' e 'The Man I Love'. Durante quei due mesi ho
avuto modo di prendere confidenza con lo spettacolo e di interagire con Bonelli,
con la band e con i numerosi ospiti. E' stato un piacevole 'work in progress':
nessuna sera era uguale alla precedente. Ci sono stati alti e bassi, come è
ovvio che accada in uno spettacolo dal vivo con così tante repliche e ospiti
differenti, ma la cosa interessante è stata vedere l'evoluzione a cui tutti
hanno contribuito rendendo questo un lavoro vivo.
Personalmente, dal punto di vista artistico, ho avuto il piacere di tenere a
battesimo alcune nuove canzoni, che hanno avuto una lusinghiera risposta da
parte del pubblico, e ho fatto una bella palestra di fotografia, in quanto -
durante le sezioni di spettacolo che non prevedevano la mia presenza - mi sono
calato nei panni di fotografo di scena, peraltro con risultati soddisfacenti.
Inoltre a "Liberteatro" ho conosciuto dei musicisti straordinari e con due di
loro, entrambi professionisti impegnati da anni nell'insegnamento e in diversi
progetti discografici e concerti, sto realizzando alcune cose davvero
interessanti. Si tratta di Daniele Pomo, un batterista e percussionista
stratosferico, e Andrea Grossi, bassista e contrabbassista versatile e ricco di
idee sia ritmiche che melodiche. Due grandi strumentisti e, soprattutto, due
bellissime persone.
Stai preparando un disco tutto tuo, come procede?
Procede lentamente, perché è un disco che sto producendo da solo e che sto
realizzando senza una band ma scegliendo di volta in volta i musicisti più
adatti a ciascun brano. Questo ovviamente aumenta a dismisura i costi e dilata i
tempi, ma non ho fretta. D'altronde ho aspettato una vita e qualche altro mese
non mi spaventa, considerando anche il fatto che non è un disco che segue mode
ma solo un tributo alla musica con cui sono cresciuto. Ho un discreto catalogo
da cui pescare e mi piace avere la possibilità di ascoltare alcune delle mie
canzoni registrate come si deve, magari con qualche ospite d'eccezione. Questo
CD è un regalo che mi sto facendo, senza badare se a qualcuno poi gliene
fregherà qualcosa. D'altronde perché dovrebbe interessare un autore italiano che
in questo millennio scrive e canta canzoni in inglese che si ispirano alla
California degli anni Settanta? Comunque, per quanto l'ossatura del disco sia
costituita da alcune ballate di stampo West Coast, ci sarà spazio anche per
altri suoni e quando il disco sarà pronto vedrò se qualcuno sarà interessato
alla distribuzione. Ora non me ne voglio preoccupare: la mia attenzione è
totalmente focalizzata sulla musica, sulle canzoni, su quello che stiamo
realizzando in studio. Se ne uscirà qualcosa di buono, sono certo che la qualità
verrà ripagata.
Parallelamente sto portando avanti un altro progetto di cui vado fiero. E' un
lavoro più grezzo, ma paradossalmente più difficile. Ho una band e stiamo
lavorando insieme da un po' di mesi sulle mie canzoni in italiano. Per anni ho
scritto in inglese e solo recentemente ho iniziato a scrivere pezzi in italiano.
O meglio, è da poco che ho trovato una chiave per far "suonare" bene l'italiano
e dargli la dinamica che ha l'inglese. Questo mi ha consentito di mettere su un
piccolo repertorio originale che reputo sufficientemente buono per poterlo
eseguire dal vivo. Cantare le proprie canzoni in italiano è ben diverso dal
nascondersi dietro ad una lingua che, bene o male, qui non tutti capiscono. Con
l'italiano sei nudo di fronte a tutti e devi pensare due volte a quello che
scrivi prima di metterti dietro ad un microfono su un palco. Gianluca Galletti,
il chitarrista, è straordinario e ha davvero un bel suono: caldo, grintoso
quando serve, ottimo alla slide e con il wah-wah. L'approccio qui è molto
diverso rispetto al disco in inglese: è un lavoro di gruppo, molto più rock, più
orientato - per ora - verso la dimensione 'live' e con la possibilità di
arrivare a qualche interessante nicchia di ascoltatori. Con questa band mi trovo
veramente bene e mi diverto come non mi capitava da tempo: c'è grande spirito di
gruppo, unione di intenti e non ci sono ego. Ci piace andare alla ricerca
dell'intensità e del groove giusto. Se poi c'è un errore durante l'esecuzione di
un pezzo, ci facciamo una risata. Non siamo professionisti e siamo consapevoli
dei nostri limiti: fino a prova contraria siamo fatti di carne e ossa, niente
chip né circuiti stampati. La precisione la lasciamo a quelli forti davvero. Noi
frequentiamo questo giro in punta di piedi, con discrezione, per imparare e
provare a trasmettere vibrazioni a chi ci ascolta. E se poi sbagliamo, 'fanculo
gli errori!
Tutti i dettagli su:
CSN&Sometimes
Young: l'opera omnia su CSN&Y di cui è Francesco Lucarelli è co-autore
The CSN&Y Photo Special
: Il magnifico libro fotografico curato da Francesco Lucarelli e Mauro Coscia