Intervista a Francesco Lucarelli

di Salvatore Esposito

Da sempre appassionato collezionista e studioso di CSN&Y, Francesco Lucarelli è il fondatore della mitica fanzine Wooden Nickel. Insieme a Stefano Frollano è uno degli autori del set di tre libri "Crosby, Stills, Nash and sometimes Young", vera opera omnia su CSN&Y. Parallelamente alla sua attività lavorativa, FL ha coltivato l'amore per la musica non solo raccontata (suoi sono alcuni interessanti articoli apparsi su varie riviste musicali) ma anche suonata. Il suo esordio come cantautore avvenne sulle assi di un palco tanto piccolo quanto carico di storia: il Folkstudio del leggendario Giancarlo Cesaroni. Testimone di quell'oscuro debutto un altro Francesco, che all'epoca cantava di donne cannone e dei muscoli del capitano. Nel corso degli anni FL ha suonato con numerose band proponendo sia materiale originale che cover, principalmente ispirate alla musica West Coast. La passione per la musica di Neil Young e di Crosby, Stills & Nash è coronata da alcuni momenti particolari: nel 1992, quando Crosby, Stills & Nash invitano FL sul palco del Tendastrisce per cantare con loro durante i bis del loro concerto romano, e tra il 1988 ed il 1997, quando in varie occasioni FL suona con Billy Talbot e Ralph Molina, sezione ritmica storica dei Crazy Horse di Neil Young, esibendosi a Los Angeles ed in altre località della Southern California. Durante le prove per queste esibizioni, FL registra con loro alcune sue canzoni. FL ha suonato più di 200 concerti ed ha aperto gli spettacoli di alcuni piccoli grandi singer-songwriter d'oltreoceano, tra i quali Jimmy La Fave (Jake & Elwood, Roma), Ben Vaughn, John Wesley Harding, Joe Henry e Eric Andersen (Big Mama, Roma). Nel 2002 FL partecipa a Londra ad una serata di musica dedicata a Neil Young. Dopo alcune serate con Young & Old, tribute-band romana di Neil Young, nel 2004 FL si dedica totalmente alle sue canzoni. Con l'aiuto di Daniele Cialente (batteria), Gianluca Galletti (chitarra), Giorgio de Caroli (basso) e Luisa Capuani (voci), mette a punto atmosfere e sonorità in bilico tra la canzone d'autore e un rock notturno spruzzato di blues, il tutto cantato rigorosamente in italiano. Contemporaneamente FL è al lavoro in studio per la realizzazione di un disco che raccoglie alcune delle sue numerose canzoni in inglese. Da dicembre 2004 alla fine di gennaio 2005, FL è stato ospite dello spettacolo 'Liberteatro' al Teatro Politecnico di Roma, dove ha presentato alcune sue canzoni. Nel 1992 FL ha contribuito alla realizzazione del libretto che accompagna il cofanetto antologico di CSN. In qualità di fotografo, nel 2001 ha partecipato al booklet del CD di David Crosby/CPR "Just Like Gravity". Alcune sue fotografie sono state pubblicate su riviste straniere: Broken Arrow (Gran Bretagna), Routa 66 (Spagna), Shake! Magazine (USA).

Per maggiori informazioni: www.francescolucarelli.com

 

RITFW - Come è nata la tua passione per CSN&Y?

Francesco Lucarelli - Nel 1976 un mio carissimo amico, Marco Martella, mi fece ascoltare alcuni dischi che aveva portato in vacanza: c'erano Eagles, Joni Mitchell, James Taylor, Jackosn Browne, CSN&Y. Suo fratello Carlo invece ascoltava John McLaughlin, Billy Cobham, Santana. Rimasi colpito soprattutto da CSN&Y e Santana. Comprai Four-Way Street, Déjà Vu, Abraxas, Caravanserai e suonai quei dischi per tutta l'estate. Ho ancora ben presente i momenti in cui scartai gli lp, l'odore delle copertine, la luce del sole di un tardo pomeriggio d'estate che illuminava il salotto mentre ascoltavo in cuffia Déjà Vu. L'anno successivo Like a Hurricane e After the Goldrush mi davano il colpo definitivo ed iniziò così il mio viaggio nel mondo di CSN&Y.

Cosa hai provato ascoltando per la prima volta un loro disco?

Per la prima volta ascoltavo qualcosa che non trasmetteva solo emozioni epidermiche e, oltre che al cuore, parlava anche alla mente. C'erano sentimenti ed impegno, rabbia e sogni, e quel caleidoscopio racchiuso in quattro lettere ha cambiato per sempre il mio approccio alla musica, non solo come ascoltatore.

Cosa invece hai provato ascoltando Neil Young per la prima volta?

Non ricordo esattamente ma ricordo che di lui mi colpì la poliedricità, quel sapiente destreggiarsi tra il suono sporco dei Crazy Horse e le ballate acustiche. E poi la sua voce che a volte sembra così fragile e sul punto di spezzarsi, così come la senti sul bridge di 'Birds' o come avviene davvero 'Mellow My Mind'. In quei momenti Neil mi ricorda l'albatro della poesia di Baudelarie e viene quasi naturale schierarsi dalla sua parte.

Quanto è stato lungo il passo per fondare poi Wooden Nickel?

Nel 1983 a Londra scoprii l'esistenza di una fanzine dedicata a Neil Young. Era Broken Arrow, pubblicata in Gran Bretagna e diretta a tutti quei disperati che in quegli anni cercavano informazioni su Young. Si cercava con la lente d'ingrandimento, spulciando tra le notizie in pillole, perché non era più di moda - da un pezzo ormai - pubblicare cover-story o almeno articoli con un minimo di approfondimento su Neil o CSN. Broken Arrow però colmava solo in parte quel vuoto di notizie e così decisi di mettere in piedi una pubblicazione dedicata al quartetto. Sapevo di poterlo fare grazie alla collaborazione di vari collezionisti europei ed americani con i quali ero in contatto per lo scambio di materiale, soprattutto nastri di concerti e ritagli di giornale. Questi contatti mi avrebbero potuto aiutare con le notizie direttamente dagli Stati Uniti, dove i giornali locali si occupavano ancora di CSN e di Young, specialmente in occasione dei loro concerti. Inizialmente a Roma avevo il sostegno, più che altro morale, di Marco Martella. Dopo uno o due numeri iniziarono a lavorare con me anche Mauro Coscia e Stefano Frollano, due collezionisti romani che avevo conosciuto nel frattempo.

Cosa ricordi dell'esperienza di Wooden Nickel e perché poi avete deciso di chiudere i battenti?

Esperienza eroica. Cercavamo di tenere alta l'attenzione su CSN&Y e sulla loro musica anche quando loro stessi facevano di tutto per non aiutarci: i dischi di Young per la Geffen, Innocent Eyes di Nash, l'arresto di Crosby. Noi però abbiamo tenuto duro per 8 anni circa e per complicarci un po' la vita facevamo uscire due versioni della fanzine: una in italiano ed una in inglese. Era un vero massacro in termini di tempo e sudore, ma le soddisfazioni furono sempre parecchie. In quegli anni, quando comunicare non era così facile come oggi, ebbi modo di conoscere ed incontrare un mucchio di appassionati sparsi per il mondo. E' stato bello scambiarsi ricordi, sensazioni, opinioni e con alcuni di loro sono in contatto ancora oggi. Direi che proprio le persone incontrate sono l'eredità più bella che mi ha lasciato Wooden Nickel. Purtroppo tutte le cose belle finiscono e quando io, Mauro e Frollano ci rendemmo conto che ormai non riuscivamo più a trovare il tempo necessario per pubblicare Wooden Nickel con un minimo di regolarità, decidemmo di chiudere. Ogni tanto abbiamo anche accarezzato l'idea di iniziare di nuovo, con un numero all'anno, ma ormai le fanzine cartacee sono un po' anacronistiche, con notizie superate dalla velocità della tecnologia di cui disponiamo, e - a meno che non si abbiano i mezzi economici sufficienti a stampare un prodotto qualitativamente bello - oggi una fanzine come Wooden Nickel interesserebbe a pochi.

Che valore hanno oggi le canzoni di CSN&Y?

E' difficile valutare una canzone al di fuori del momento storico in cui è stata scritta, a meno che il punto focale del testo non sia legato ad argomenti senza tempo come i sentimenti e gli affetti legati ad una sfera personale. Per cui farei una distinzione: canzoni di ieri e quelle di oggi. Credo che brani come For What It's Worth, Almost Cut My Hair, Chicago, Ohio ebbero un valore enorme quando uscirono. CSN&Y erano veramente i portavoce di una generazione: la gente si identificava con loro e loro riuscivano ad interpretarne i sentimenti e a tradurli in musica. Le nuove canzoni di CSN&Y hanno valore nell'attuale contesto storico, il che significa che CSN&Y non sono dei vecchi hippy rincoglioniti, fermi ai tempi di Woodstock, ma fortunatamente hanno qualcosa da dire anche su quello che accade oggi. Di questo va dato loro merito, anche se non tutti i nuovi pezzi sono memorabili come i capolavori di un tempo. Però sarebbe bene che canzoni come la bellissima "It Won't Go Away" di Stills, pubblicata su "After the Storm" di CSN, non finissero troppo presto nel dimenticatoio. Politica, questioni ambientali e sociali, diritti umani, amore, famiglia: le tematiche affrontate da CSN&Y sono rimaste bene o male le stesse. Quello che è diverso è l'approccio: non più l'illusione di cambiare il mondo con una canzone ma la disincantata concretezza di chi sa di poter comunicare con un elevato numero di persone e di poter dir loro qualcosa. CSN&Y lo sanno e sanno che il loro messaggio può arrivare a chi non ha mai sentito parlare della Enron, a chi ha dei dubbi su dove finiscano le scorie nucleari o, semplicemente, a chi in questi tempi oscuri ha bisogno di una buona melodia che lo conforti. A parte Stills, che oggi mi sembra il meno motivato dei quattro, CSN&Y sono consapevoli di questo ruolo e fortunatamente la loro voglia di parlare alle nostre coscienze, e ai nostri cuori, è ancora viva. Che i risultati poi non siano ai livelli di un tempo è un altro discorso. Io ritengo naturale che la creatività di un autore di canzoni rock segua una curva e raggiunga l'apice intorno ai trent'anni. Poi è probabile che anche nella maturità un grande artista sia capace di raggiungere picchi creativi interessanti, tirare fuori il colpo a sorpresa, ma il fuoco iniziale è perso per sempre, stemperato da carriera, onori, errori, delusioni, famiglia e un po' di routine.

Come mai secondo te qui in Italia, CS&N, hanno avuto un seguito di elite mentre Young è arrivato ad un pubblico più grande?

Le ragioni sono diverse. Innanzitutto, l'indiscutibile diversità di peso specifico. Siamo di fronte a quattro grandi artisti ma Young è un fuoriclasse e lo ha dimostrato sia nella costanza con cui ha saputo scrivere ed incidere album, sia nella capacità di rischiare, sia nella voglia di sperimentare. Non sempre i risultati sono stati buoni ma questa sua irrequietezza lo ha mantenuto più fresco e gli ha indubbiamente guadagnato la simpatia e la stima di molti colleghi, del pubblico e, soprattutto, della critica che in questo modo non lo ha mai accostato ai dinosauri del rock. Analizzando poi il diverso seguito che hanno CSN e Young in Italia, aggiungerei anche che Neil qui ha suonato un discreto numero di date in anni diversi: 1982, 1987, 1989, 1993, 2001, 2003. Come trio, CSN sono venuti solo in uno dei loro periodi più oscuri (1983) e quando non avevano nessun disco nuovo alle spalle, cioè nel 1992, anche se all'epoca era stato da poco pubblicato il loro bellissimo cofanetto. Di conseguenza, l'interesse di stampa e pubblico nei loro confronti è stato limitato e questo non li ha certo aiutati a costruire una base solida di fan. E' vero che i tre ci hanno provato anche come solisti: ci sono le date di Stills nel 1980 con la Carovana del Mediterraneo (Richie Havens e Branduardi) e Nash ospite a Napoli, alcuni concerti di Crosby (1989) e CPR (1998 e 2001), e le recenti date di Crosby & Nash. Tenendo conto però che in Italia CSN sono conosciuti quasi esclusivamente per Déjà Vu e Four Way Street, cioè quando si parla di Crosby, Stills, Nash AND YOUNG, vedrai che, togliendo Neil dall'acronimo, molti non sapranno neanche di chi stai parlando.

Come vedi l'ultima produzione di Neil Young e quali sono secondo te le sue mosse future?

Le ultime cose belle di Young risalgono per me a Ragged Glory. Niente di originale, per carità, ma quello era un album autentico, omogeneo, spontaneo e con un grande suono. C'è qualcosa di buono anche su Sleeps with Angels ma chi ritiene che quel disco sia il Tonight's the Night degli anni Novanta deve aver bevuto qualche tequila di troppo. E di certo non Josè Cuervo Gold! Previsioni sulle mosse future di Young è inutile farne: lui ci ha abituato ad aspettarci di tutto e ci ha spiazzato anche quando attendevamo progetti dati per certi. Posso solo sperare che questa volta ci sorprenda con qualcosa di veramente bello. E' da tempo che aspetto.

Hai avuto un rapporto diretto con Sonny Mone, Billy Talbot, Ralph Molina e Poncho Sampedro, cosa puoi raccontare di questa esperienza con i Crazy Horse?

Non conosco personalmente Poncho ma conosco molto bene Ralph, Billy e Sonny. Con tutti e tre ho avuto modo di trascorrere bellissimi momenti musicali nei miei viaggi in California. La prima volta è stata nel gennaio del 1988: ero a Los Angeles e chiamai Talbot, il quale mi portò in giro per la città. Passammo a trovare Elliot Roberts al Lookout Management. Elliot era rimasto molto colpito da alcune mie composizioni, che aveva ascoltato su un nastro con dei demo, e ragionammo sulla possibilità che io firmassi un contratto di edizioni musicali per lui. Non se ne fece nulla ma lui ancora oggi è interessato alle mie canzoni, anche a quelle nuove. Vedremo cosa ne uscirà. Dopo l'incontro con il manager di Neil, Billy mi fece fare conoscenza con Sonny Mone, un brillante cantautore poco più grande di me con il quale lui stava lavorando all'epoca. Chiacchierammo un po', cucinammo insieme e quella sera stessa finimmo a suonare in un locale a nord di Los Angeles! A novembre dello stesso anno tornai di nuovo in California per assistere ad un concerto di beneficenza a cui prendevano parte Jackson Browne e CSN&Y. Fui ospite di Sonny Mone per una settimana e tutti i pomeriggi li trascorremmo a suonare insieme a Billy e a Ralph nel garage di casa Talbot. Fu un esperienza entusiasmante. Suonavamo un po' di tutto ma io evitavo di proporre canzoni di Young, perché mi sembrava sacrilego. Finimmo per suonare perfino "Who'll Stop the Rain?" dei Creedence e "All Along the Watchtower". Quella fu la prima volta che Billy e Ralph suonarono quella canzone prima di riprenderla anni dopo con Neil! Prima del mio ritorno in Italia registrammo un mio brano. Nel garage c'erano solo apparecchi di fortuna e i frutti di quella sessione finirono su una semplice audio-cassetta: purtroppo la qualità sonora non è delle migliori.

Sei un collezionista? Come vivi il collezionismo di materiale raro di CSN&Y?

Sono nato collezionista. Ho iniziato, come molti, con le figurine, e poi sono passato alle squadre di Subbuteo, ai fumetti, fino ad arrivare ai francobolli, una passione che mi aveva trasmesso mio nonno materno. Già da piccolo avevo però sviluppato un grande amore per la musica e mi piaceva avere i 45 giri di tutte le canzoni che dalle frequenze della radio arrivavano a quelle del cuore. Da quando CSN&Y sono entrati nella mia vita, oltre alla musica ed ai dischi, ho iniziato ad interessarmi a tutto il materiale ad essi legato: riviste, poster, biglietti dei loro concerti, libri, fotografie, tour-program. Ho messo in piedi una discreta collezione, tanto che sono stato contattato anche da Joel Bernstein, l'archivista e fotografo di Young, che stava cercando le copertine di alcuni album e 45 giri rari da poter riprodurre per il libro che sarà allegato al box del Canadese. La cosa più curiosa legata al collezionismo è che a volte ho sognato di essere in qualche negozietto di dischi dove trovavo rarissimi 45 giri di Neil Young e CSN con bellissime copertine. Quei sogni mi sembravano talmente reali che un paio di volte, al risveglio, ho dovuto verificare se tra i miei singoli ci fossero davvero quelli che avevo sognato! Fortunatamente la passione non si è mai tramutata in un'ossessione maniacale ma è semplicemente rimasta una forma di difesa contro il livellamento eccessivo di gusti e preferenze che oggi ci viene imposto con un bombardamento continuo di messaggi di ogni tipo. Oggi la 'febbre' non è più ai livelli di un tempo e non ho bisogno di possedere qualsiasi edizione di disco con copertina diversa, o qualsiasi rivista contenente articoli sui quattro. Certo, se esce fuori qualcosa di bello o particolare, cerco di procurarmelo, ma non sono più a caccia come una volta. Ora preferisco convogliare soldi, energie e tempo in attività creative e per realizzare alcuni progetti personali.

Sei un ottimo fotografo e hai curato lo splendido Photospecial, quanto è importante la fotografia secondo te nel rock?

Grazie per il complimento, anche se in realtà sono appena un discreto fotografo amatoriale, con un buon occhio per la composizione. Ritengo che la fotografia sia stata determinante nel definire alcuni artisti nell'immaginario dell'ascoltatore. Prendiamo ad esempio Hendrix, Lennon o Springsteen. Il posto che loro occupano nella storia della musica sarebbe lo stesso anche senza tutta l'iconografia ad essi legata. Ma quel corollario di immagini, luoghi e colori, che ti attraversano la mente ascoltando i loro album, non sarebbe il medesimo se tu non potessi associare le loro canzoni ad alcuni di quei ritratti-simbolo che hanno scolpito per sempre il loro volto nella galleria del rock. Purtroppo da anni il posto della fotografia è stato preso dai video, che lasciano poco alla fantasia dello spettatore/ascoltatore e quindi quel processo di associazione immagini-musica è venuto a mancare. Tutto è già pronto e confezionato. E poi c'è un fattore determinante: il tempo. Con tutta la tecnologia di cui disponiamo, e che dovrebbe renderci la vita più semplice, abbiamo meno tempo di quindici - venti anni fa. Ormai accade sempre più spesso che la musica si ascolti facendo altro ed anche i video sono il sottofondo ad altre attività. Alla fine gli artisti e le loro canzoni non sono che prodotti da consumare in fretta per far posto al nuovo 'articolo' da imporre sul mercato. Non c'è più spazio per creare dei miti che riescano a accaparrarsi un posto duraturo nell'olimpo della musica rock. Gli idoli di oggi durano lo spazio di una hit e quando il loro ritornello esce dalle zone alte della classifica vengono dimenticati in fretta.

Hai realizzato con Stefano Frollano CSN and sometimes Young, cosa ti è restato di questa esperienza?

La realizzazione di quei tre libri mi ha lasciato in bocca un sapore agrodolce. Mi sono sbattuto per far sì che oltre al contenuto anche la 'confezione' fosse all'altezza ed invece non avevo ancora realizzato con chi avessimo a che fare. La casa editrice infatti era olandese, scovata da Lucien van Diggelen - che insieme a Herman Verbeke faceva parte del quartetto che lavorava al progetto - ma né io né Stefano conoscevamo a fondo la realtà di Gopher Publishers. Evidentemente neanche Lucien, né Herman avevano capito con chi avremmo avuto a che fare. Non era affatto chiaro che nessuno avrebbe lavorato alla parte grafica dei libri, né che la stampa non sarebbe stata all'altezza di un'opera simile. Per non parlare della promozione quasi inesistente e della diffusione nulla, nonostante tutti i miei suggerimenti, consigli e indicazioni. Se avessimo pubblicato i tre libri per conto nostro, il risultato sarebbe stato senza dubbio migliore, come testimonia la qualità del materiale e della stampa del Photospecial e la sua discreta diffusione in tempi in cui internet non era ancora di uso comune. Con questo sfogo non intendo dire che i libri non valgano quello che costano ma mi sarebbe piaciuto che il progetto fosse stato preso in mano da un grosso editore, il quale avrebbe certamente consentito una migliore qualità grafica e, probabilmente, un prezzo al pubblico inferiore. I ricordi migliori di questa esperienza, quasi decennale, sono indubbiamente quelli legati alle interviste, ai musicisti che ho incontrato e con i quali ho chiacchierato di CSN&Y e della musica. Stills, a casa sua, nella stanza del biliardo. Crosby e Nash, in varie occasioni, perfino in uno studio di registrazione a Santa Monica durante le sessioni di After the Storm, con Glyn Johns che mi invitò a sedere accanto a lui in regia mentre Stills si lanciava in una 'take' di "It Won't Go Away". Jackson Browne, a casa sua, comodamente sprofondati nelle poltrone del suo salotto. Mike Finnigan, chiacchierando seduti sul bordo della sua piscina, un paio di giorni dopo il terremoto di Los Angeles del 1994. Joe Lala, il percussionista. Craig Doerge, mentre una limousine ci portava da Reno (Nevada) a Lake Tahoe, dove si sarebbe esibito con Crosby & Nash. Bobby Ingram, un vecchio compagno di avventure di Crosby, quando suonavano ancora musica folk nei primi anni Sessanta, con il quale ho parlato per più di quattro ore in un piccolo ristorante nel cuore di Roma. Sono stati momenti irripetibili, piccoli viaggi attraverso pagine sconosciute della musica e della vita di questi artisti, che in parte mi hanno ripagato di tutta l'energia dedicata ai tre volumi su CSN&Y.

Sul tuo sito racconti che hai suonato con CSN, raccontaci qualche aneddoto del tuo rapporto diretto con loro?

Io ho cantato con CSN una sola volta, per il breve spazio di una canzone, quando ho avuto la fortuna e l'onore di essere invitato sul palco del Tendastrisce a Roma nel 1992. L'anno seguente c'è stata una jam con Crosby a casa mia, durante la quale mi disimpegnavo tra le voci e i fornelli. Musicalmente è tutto, ma conosco CSN dal 1988 e da allora li ho incontrati numerose volte in tour, in studio, a casa loro e puoi immaginare che ogni volta fosse un momento per me memorabile e di aneddoti ne esistono dozzine. Forse quello che meglio descrive questi straordinari artisti, ed il rapporto che si è creato tra noi, risale proprio all'anno in cui li conobbi personalmente. Era l'estate del 1988 ed ero negli Stati Uniti con due miei amici, Mauro Coscia e Lorenzo Conci, con i quali avevo deciso di seguire alcune date di CSN sulla East Coast. Incontrammo CSN per la prima volta nel backstage del Jones Beach Theatre, a Long Island N.Y., e subito risultammo simpatici a CSN e al loro crew. Fu così che nei giorni a venire trascorremmo varie ore con Nash - restano memorabili una passeggiata insieme a lui per le strade di Manhattan e una lunga chiacchierata nella sua stanza d'albergo a Philadelphia - e con gli altri. Il giorno del secondo concerto a Philadelphia avevamo un appuntamento con Crosby nell'albergo dove alloggiava. Noi venivamo da fuori città ed eravamo in ritardo, così iniziammo a superare i limiti di velocità sull'autostrada. Fummo fermati dalla polizia che ci portò alla centrale e ci fece una multa salatissima; inoltre arrivammo tardi all'appuntamento con Crosby: la delusione era totale. Nell'albergo Nash e la band notarono i nostri musi lunghi e noi raccontammo l'accaduto. Il concerto fu bellissimo e Graham durante il suo set acustico fece un imprevisto cambio di programma e suonò 'Prison Song', dedicandola affettuosamente a noi tre e alla nostra disavventura del mattino. Ma la cosa più incredibile avvenne dopo il concerto, quando CSN e i loro musicisti ci portarono una busta, che - con nostra grande sorpresa - conteneva dei dollari. Nash ci spiegò che tutto il gruppo era rimasto male per quello che ci era capitato e così avevano pensato di fare una colletta per noi. Ci restituirono tutto quello che avevamo pagato alla polizia, tranne 5 dollari. "Così vi ricorderete di rispettare i limiti di velocità", ci disse Graham con un sorriso.

Aneddoti invece su Neil?

Con Young non ho lo stesso rapporto che ho con Crosby & Nash, o con Talbot e Molina. Sarebbe incredibile il contrario, vista la levatura del personaggio, e comunque mi sta bene così, altrimenti quell'aurea di mito che conserva ancora di fronte ai miei occhi andrebbe irrimediabilmente perduta conoscendolo come individuo. D'altronde basta leggere poche righe della biografia di Jimmy McDonough per capire che Young è meglio conoscerlo solo come artista. Da semplici ascoltatori, però, perché altrimenti, stando ai racconti di chi lavora insieme a lui, probabilmente non lo apprezzeremmo tanto quanto facciamo ora. A parte queste considerazioni, mi è capitato di incontrare Neil più volte. Incontri di pochi istanti, come a Roma nel 1987 o Milano nel 1989, a volte di qualche minuto, come a New York nei camerini del Madison Square Garden durante il tour di CSNY 2000 e a Londra nel 2003 nel backstage dell'Hammersmith. Nel 1996 a Monaco sono stato più fortunato: avevo un appuntamento con Talbot nell'albergo della band e Neil era nella stanza di Billy insieme ad Elliot Roberts. C'era la chitarra acustica di Talbot e ce ne siamo fatti prestare un'altra da Sampedro. Così, mentre Neil e Elliot finivano di leggere una rassegna stampa sul disco "Broken Arrow", abbiamo inziato a suonare alcune canzoni che avevamo scritto insieme nel 1993. Speravo che Young si incuriosisse al punto da unirsi a noi ma non avvenne. Comunque era già abbastanza entusiasmante quello che stava accadendo e io e Billy passammo un'oretta a suonare e a scambiarci canzoni. Poco più tardi, ero ospite del piccolo pullman che portava la band all'Olympiahalle. Sedevo accanto a Ralph e nei sedili dall'altro lato del corridoio c'erano Neil e Billy e così ho potuto scambiare qualche battuta con Young. Niente di eccezionale: qualche mio commento sul disco, qualche sua impressione sul tour e sulle canzoni che stavamo suonando io e Talbot. Poi Young è rimasto silenzioso fino all'arrivo all'Olympiahalle, probabilmente iniziando a concentrarsi sullo spettacolo. E' stato davvero un momento emozionante, perché sentivo che lì dentro non ero considerato un fan ma un musicista tra musicisti. L'incontro che però rimarrà irripetibile avvenne nel 1993 in California. Con Isabella, la mia ragazza, ero ospite di David Briggs, che avevo conosciuto qualche anno prima a Roma. Un mattino mi disse che lui doveva andare al ranch di Neil per discutere di affari e che se ci andava, saremmo potuti andare con lui. Non fu difficile cambiare programma e posticipare la visita a San Francisco al giorno successivo. Il ranch di Neil è come lo immagini dalle foto viste sugli spartiti o dagli spezzoni di qualche filmato: immenso. Immerso nel silenzio delle colline della contea di San Mateo, il Broken Arrow ranch è così grande che - per evitare guai - Neil ospita una piccola stazione di pompieri all'interno della sua proprietà. Non si sa mai… Noi lo raggiungemmo dalla costa, tagliando attraverso la campagna e entrando dal retro, oltrepassando un anonimo cancelletto di ferro fino ad arrivare alla palizzata bianca che si vede sul retro della copertina di American Dream. La prima sosta fu presso il capannone che Neil utilizza come rimessa per la sua collezione di automobili. L'unica differenza che passa tra noi e lui è che noi da bambini collezionavamo modellini, lui colleziona auto d'epoca vere. Al riparo dal sole e dalle intemperie, all'interno del capannone trovavano posto una cinquantina di veicoli, alcuni tirati a lucido, altri in fase di riparazione. Ricordo ancora una Cadillac Eldorado Biarritz bianca e blu di fine anni Cinquanta, una Buick Roadmaster del 1948, una Chevrolet 'Sedan Delivery' e poi vecchie Corvette, Chrysler ed un mucchio di altre. Quello fu solo il principio del giro all'interno del ranch. La tappa successiva fu il vecchio granaio dove Neil e i Crazy Horse avevano registrato Ragged Glory. Là si iniziava davvero a respirare aria di mito: appena entrati, di fronte a me, una scaffalatura in legno piena di amplificatori vintage: testate, casse e combo Fender di fine anni Cinquanta in quantità, i primissimi modelli della Boogie, alcuni inusuali combo della Gibson fine anni Cinquanta / primi Sessanta. Il cuore già iniziava a pompare forte. Poi entrammo nella grande sala dove la band è solita ritrovarsi per suonare: c'era la batteria di Ralph Molina montata, altri amplificatori sparsi ai lati, una finestra spalancata su una vallata verde. Per un attimo rimasi senza fiato: appesi alle pareti, tra scritte e dediche di amici e musicisti passati di là, numerosi oggetti appartenenti alla storia younghiana, come l'armonica gigante usata per il tour di Rust Never Sleeps. I miei occhi vagavano all'interno di quell'enorme stanzone alla ricerca di qualsiasi particolare che potesse parlarmi di qualche disco o tour di Neil. Il silenzio che mi circondava era irreale, pensando a quanta musica era stata creata là dentro. Le pareti di legno sembravano ancora intrise della ruggine gloriosa di Love and Only Love, Mansion on the Hill, White Line e ogni crepa in quelle assi aveva probabilmente una storia da raccontare. Mi ci volle un po' per riprendermi da quello stordimento di emozioni e ricordi che si accavallavano: giusto in tempo per vedere dal finestrino "the White House", la casa per gli ospiti, dove anche CSN avevano soggiornato per settimane durante le registrazioni di American Dream. Poco dopo eravamo di fronte al Redwood Digital, lo studio di registrazione di Neil. Quella che dall'esterno sembra una semplice abitazione in legno è in realtà lo studio di registrazione di Young: una piccola sala d'incisone, una regia altrettanto minuscola ed un'altra stanza con un bel numero di chitarre e bobine. Bobine vecchie e nuove, senza un preciso ordine cronologico, forse materiale che in quei giorni Neil aveva preso in considerazione per gli Archivi o per qualche altro progetto. Ricordo distintamente una bella serie di custodie di cartone marcate 'Bluenotes', probabilmente relative al progetto abortito "This Note's For You, Too", il secondo disco dei Bluenotes mai pubblicato. Nella sala di registrazione, per terra vicino ad un caminetto, una placca metallica arancione con una scritta in rilievo appena scrostata dagli anni: Buffalo Springfield! Non avevo mai visto nessuna immagine di quell'oggetto che aveva dato il nome ad uno dei capitoli per me più belli della musica californiana e vederlo lì per terra mi sembrò quasi blasfemo. In regia incontrai Ben Keith. Ben stava lavorando su alcune registrazioni, che sarennero poi diventate "Seven Gates", un album che raccoglie una serie di canzoni natalizie e al quale parteciparono, tra gli altri, Neil Young, J.J. Cale, Johnny Cash e Nicolette Larson. Parlammo di quel disco e lui mi chiese se potevo mandargli qualche disco di musiche natalizie tradizionali italiane. Parlammo anche dell'allora recente Unplugged di Neil e del perché non aveva funzionato quello registrato a New York a Dicembre dell'anno precedente. Fu un incontro estremamente illuminante ed insieme ascoltammo alcune canzoni: Down By The River e The Last Trip To Tulsa dall'Unplugged dell'Ed Sullivan Theater di New York e poi una sorprendente versione acustica di Sample And Hold e la meravigliosa Winterlong dall'Unplugged registrato il mese precedente agli Universal Studios di Los Angeles. Insieme a Ben c'era John Hanlon, un giovane ingegnere del suono che aveva lavorato con Neil su Ragged Glory, Weld e durante le sessioni dell'Unplugged. John fu davvero cortese nel mettere a disposizione le canzoni che volevamo ascoltare e durante l'ascolto raccontò un paio di aneddoti relativi alle registrazioni. Dopo i saluti e le foto di rito, mi spostai appena di qualche metro per scoprire che i tronchi e le assi di fronte a me altro non erano che la struttura di un piccolo palco all'aperto. Quello era esattamente la pedana sulla quale CSN&Y avevano preparato il loro "1974 World Tour". Briggs mi accompagnò poi all'interno di un altro casolare di legno, anch'esso apparentemente insignificante. Una volta entrato, mi accorsi di essere di fronte al "sancta sanctorum" di Neil: gli archivi! Scaffali e scaffali di bobine, alcune contenenti i famigerati concerti acustici del 1968. Registrazioni live, sessioni in studio e progetti realizzati. Nastri multi-traccia e nastri con i mix definitivi. Acetati, vinile, fogli con track-list piene di note e correzioni, molte delle quali appartenenti ad una calligrafia a noi ben nota. Troppo perché i miei occhi potessero incamerare tutto in pochi minuti. Là scoprii anche una busta che avevo spedito a Joel Bernstein con del materiale per gli archivi e la cosa mi fece sussultare. Prima che potessi perdere definitivamente i sensi di fronte a quanto vedevo, e che probabilmente non avrei mai potuto ascoltare, se non in parte quando Young deciderà di pubblicare il suo cofanetto, montai nuovamente in macchina. Come detto, Briggs doveva incontrare Neil per lavoro e quindi ci dirigemmo verso la casa del Canadese. Attraversammo un altro bel pezzo di terra, percorremmo quel tratto di strada raffigurato sulla copertina di Old Ways, superammo vaste aree recintate con mucche, bisonti ed altri animali e alla fine arrivammo. La casa di Young è una costruzione in legno su due piani, di dimensioni normali ma con un paio di particolari che la rendono caratteristica: una specie di torre con il tetto conico, come nei castelli delle fiabe, ed una stanza del secondo piano con grandi vetrate ed una copertura anch'essa in vetro. Come mi spiegò Briggs, quella era la stanza dei giochi dei figli di Neil, che così potevano avere la sensazione di essere all'aperto anche quando giocavano là dentro nelle giornate più fredde. David Briggs lasciò me ed Isabella ad attenderlo in macchina per vedere se il padrone era in casa. Io intanto mi guardavo intorno e notai, a un centinaio di metri da me, un laghetto. Doveva essere proprio quello al centro del quale Neil aveva condotto Nash, a bordo di una barchetta a remi, per ascoltare alcuni pezzi di Harvest dopo aver sistemato una grossa cassa da concerto su una finestra della casa ed una nel granaio adiacente. Young non era in casa: Pegi aveva detto che Neil era in giro per il ranch con la motocicletta. Conoscendo bene le abitudini del suo vecchio compagno di avventure, Briggs ipotizzò che avremmo potuto incontrarlo nel granaio che ospitava il grande plastico per i treni in miniatura dove Neil giocava con Ben. Dopo un breve tragitto, arrivammo alla piccola costruzione: l'Harley di Neil era parcheggiata là fuori. Entrammo. Io mi sentivo abbastanza a disagio, non tanto per essere di fronte ad uno dei miei artisti preferiti, quanto perché mi trovavo a casa sua e lui non sapeva chi fossimo. Mi sentivo quasi un intruso. In effetti, Young, mentre parlava con Briggs, che ancora non ci aveva presentato, ci guardava accigliato. Trascorse qualche minuto e, dopo le presentazioni, Neil divenne più cortese. Mi invitò a non fare fotografie all'interno della stanza con il plastico, perché quella era davvero una zona privata, il luogo dove passava lunghe ore a giocare con Ben, il figlio tetraplegico. Per il resto, fu molto amichevole e si dilungò nell'illustrarmi fino nei minimi particolari come avesse progettato e realizzato da sé uno speciale dispositivo elettronico che consentisse a Ben di giocare - senza alcun aiuto esterno - con i treni del plastico, accedendo a tutte le funzioni: passaggi a livello, scambi di binari, arresto della locomotiva, retromarcia. Era bello vedere l'entusiasmo con cui Neil parlava di qualcosa che lo legava al figlio e del tempo che loro due trascorrevano insieme là da soli a giocare. Era ovvio che, come padre, Young fosse completamente diverso dall'artista che non guarda in faccia a nessuno. Trans, che avevo già rivalutato - almeno a livello di concetto - dopo aver letto alcune interviste con Neil, assumeva davvero un altro significato. Computer Age, Transformer Man e il dispositivo che Neil aveva costruito per consentire a Ben di giocare con i trenini elettrici: tutto tornava alla perfezione. E' questo il più bel ricordo che conservo di lui.

Parlando ancora di Neil Young cosa ti ha colpito del suo songwriting, e parlo di musica, di testi, delle atmosfere?

In un'intervista Young raccontò di quando, ragazzino, s'intrufolò nella stanza che suo padre utilizzava come studio. "Cosa stai scrivendo?" chiese Neil al padre. "Non so…vengo qui tutti i giorni e comincio a scrivere. A volte non scrivo nulla, a volte scrivo tutto il giorno" rispose Scott. Dal padre Neil non ha ereditato la stessa attitudine nei confronti della scrittura. Nel 1979 raccontava a Cameron Crowe, allora affermato giornalista di Rolling Stone, che lui non prova mai a scrivere, anzi possono trascorrere anche mesi senza che scriva nulla. Se non c'è ispirazione Neil preferisce dedicarsi al giardinaggio. Fortunatamente Young è prolifico e questo gli ha consentito di esplorare diversi territori del songwriting. Quello che mi ha sempre affascinato di lui è proprio la varietà di temi, di tecniche di scrittura e di stili musicali che lo hanno reso un personaggio unico nel mondo della musica moderna. Come autore, Neil alterna abilmente metafore ("Thrasher") a piccoli bozzetti di vita ("This Old House"), immagini impenetrabili ("The Last Trip to Tulsa") a versi piuttosto banali ("When I Hold You In My Arms"), a volte decisamente insulsi ("Welfare Mothers"). C'è da dire che spesso le liriche meno geniali sono volutamente povere, probabilmente perché legate all'immediatezza del genere musicale con il quale il Canadese si sta divertendo in quel momento. Non è un caso che la maggior parte dei testi che appartengono a questa categoria si trovano su album come "This Note's For You", "Are You Passionate?", "Old Ways", "Everybody's Rockin'". Là tutto viaggiava a braccetto: i temi delle canzoni, le parole, la musica, perfino l'abbigliamento di Neil. E' un gioco, un semplice divertissement. E' proprio questo che lo rende intrigante: la capacità di passare dalla disarmante e misteriosa efficacia di "There's more to the picture than meets the eye" all'idiozia di "Got mashed potatoes, ain't got no T-Bone". Anche se questo è il medesimo motivo per il quale trovo che Neil sia davvero irritante! Comunque con 40 album e passa sulle spalle, e dopo essere stato denunciato per non 'suonare' come il vero Neil Young, lui può permettersi questo e altro, sempre che non si diverta a giocare per più di due album di seguito. Pur non arrivando ai livelli di Springsteen o Steve Earle, eccezionali nel dipingere caratteri e personaggi, Young mi piace anche come narratore. Mi piace lo stile quasi cinematografico che utilizza in alcune canzoni. "Powderfinger", ad esempio, potrebbe essere la trama di un film. Mi piace il modo con cui affronta temi storici, come in "Cortez the Killer" e "Pocahontas", dove ci sono interessanti giustapposizioni con argomenti attuali. Passando poi alla musica, lo Young che preferisco è quello con i Crazy Horse. In quel contesto, il processo creativo raggiunge l'apice della spontaneità e tutto può accadere. I quattro sono come un treno in corsa che potrebbe deragliare in ogni istante o filare via splendidamente verso la gloria. Anni fa, mentre stavamo portando un demo a Ron Stone nel suo ufficio del Gold Mountain Management a Hollywood, Ralph Molina mi raccontò che quando Neil organizza delle sessioni di registrazione con il Cavallo, nessuno sa che cosa lui voglia suonare. I registratori sono in funzione fin dal momento in cui la band entra nel vecchio granaio dove loro sono soliti provare e registrare, Neil imbraccia la chitarra e si inizia. Potrebbe essere il disastro totale, invece spesso la prima o la seconda take sono quelle che finiscono sull'album. Certo, capita che alcune cose facciano davvero schifo e Neil diventi furioso, ma questo è il prezzo da pagare per cogliere la vera anima delle canzoni di Young. Amo anche il lato acustico, ma non quello troppo sdolcinato o quello che sconfina nel country. Le ballate solo piano o chitarra mi restituiscono il lato romantico di questo poliedrico artista e mi fanno apprezzare le canzoni per quello che sono: parole e melodia. Non serve nient'altro.

Quanto secondo te hanno influenzato la musica italiana Neil Young e CS&N?

Basandomi su quanto ha offerto fino ad oggi la produzione italiana, direi abbastanza poco. Musicalmente l'Italia è sempre stata una colonia britannica: negli anni Settanta esisteva solo il progressive, negli Ottanta c'è stata la fase 'dark' con una spruzzata di Spandau e Duran, poi nei Novanta è arrivato il brit-pop. Anche per il blues all'inizio qui sembrava che esistesse solo John Mayall. Che si conoscessero anche B.B. King e Muddy Waters era solo l'eccezione a conferma della regola. Alle nostre latitudini il rock americano ha lasciato poche tracce, che puoi pescare qua e là nella canzone d'autore, a partire da Battisti e arrivando a Massimo Bubola. Ma fino a quando Ligabue non ha arruolato i ragazzi dei Rocking Chairs come compagni d'avventura, certi suoni li potevi ascoltare solo nei piccoli club e nei pub dove volenterose cover-band o artisti di nicchia cercavano di far sentire cosa accadeva dall'altra parte dell'Oceano.

Oltre ad essere un appassionato, sei anche un musicista: quanto ti hanno influenzato, musicalmente parlando, CSN&Y?

CSN&Y mi hanno insegnato tre cose: il fascino del far coesistere canzoni elettriche ed acustiche, l'inestimabile valore che le armonie vocali aggiungono alla musica ed il segreto della semplicità. Non sempre la tecnica ti aiuta a regalare emozioni, specie quando è vissuta solo come una vetrina per far mostra delle proprie capacità. Anni fa andai ad ascoltare Al Di Meola, John McLaughlin e Paco De Lucia in concerto: ero entusiasta del loro live "Friday Night in San Francisco" ma quella sera tornai a casa davvero deluso. Il palco mi era sembrato più una palestra per ginnasti delle dita che il luogo magico in cui suonare musica e creare emozioni. Io sono perfettamente a mio agio con le rudimentali nozioni di chitarra di cui faccio uso e con il fatto che il mondo sia pieno di musicisti preparati che mi fanno parecchi giri intorno. D'altronde ognuno deve sviluppare le proprie capacità in determinate direzioni: io ho scelto di scrivere canzoni e ho perfino la faccia tosta di cantarle. Mi piacerebbe aver il tempo di perfezionare la mia tecnica, ma per ora quello che a me interessa è trasmettere emozioni e credo di esserne capace anche con tre accordi e facendo poco uso del barrè. Con tutto il rispetto, e con le dovute differenze, artisti come Young, Nash, Dylan non sono proprio dei maestri dello strumento, né autori di canzoni basate su sequenze di accordi particolarmente intricate. Però le loro canzoni, spesso le più semplici, colpiscono nel segno. Prendiamo Dylan, ad esempio: non è un caso che "All Along the Watchtower" sia una delle sue canzoni più interpretate. Tre accordi, melodia semplice e diretta, il giusto tiro e un buon testo: cosa altro dovrebbe servire? Stiamo parlando di musica rock, non di Stravinskij o Mozart. Il rock è un'arte democratica, c'è posto anche per me.

Recentemente hai preso parte a Liberteatro. Cosa ci racconti di questa esperienza?

La mia partecipazione è stata abbastanza casuale. Conosco Francesco Bonelli, l'autore dello spettacolo, e a metà novembre 2004 l'ho chiamato per sapere cosa stava combinando, dal momento che ci eravamo riproposti da tempo di lavorare insieme. Avevo del materiale nuovo da fargli ascoltare e magari nel tempo sarebbe potuta nascere una collaborazione. Invece lui aveva un progetto già in fase avanzata e mi ha chiesto se fossi stato disposto a prendervi parte. Mi parlava di un contenitore teatrale di prosa, poesia e musica. Onestamente non avevo ben capito di cosa si trattasse e, soprattutto, ero in un periodo di prove intense con il mio gruppo. Così mi sono preso alcuni giorni per riflettere. Quando poi ho confermato la mia partecipazione, lui mi ha risposto: "Ottimo! Proviamo domenica 5. L'8 dicembre si inizia.". Sono rimasto abbastanza sorpreso dalla scadenza così ravvicinata e dall'esiguo numero di prove ma poi tutto è andato benissimo. Il mio impegno era limitato all'interpretazione di alcune mie canzoni in italiano e quindi abbiamo lavorato più che altro sui tempi, sugli ingressi, sui ritmi dello spettacolo e non sulla parte musicale. Non sulla mia, per lo meno, perché lo spettacolo era arricchito dalla presenza di una band eccezionale che accompagnava Bonelli in alcune canzoni e che arricchiva 'Liberteatro' con bellissime musiche originali, scritte appositamente per commentare alcuni momenti dello show. 'Liberteatro' è stato in scena quasi due mesi, durante i quali c'è stato spazio per i testi di Stefano Benni, Walt Whitman, Charles Bukowsky, Antoine de Saint-Exupery, Edoardo De Filippo, Arthur Rimbaud, Pablo Neruda e per canzoni di Ivano Fossati, Francesco De Gregori e vecchi standard come 'Somewhere Over the Rainbow', 'What a Wonderful World' e 'The Man I Love'. Durante quei due mesi ho avuto modo di prendere confidenza con lo spettacolo e di interagire con Bonelli, con la band e con i numerosi ospiti. E' stato un piacevole 'work in progress': nessuna sera era uguale alla precedente. Ci sono stati alti e bassi, come è ovvio che accada in uno spettacolo dal vivo con così tante repliche e ospiti differenti, ma la cosa interessante è stata vedere l'evoluzione a cui tutti hanno contribuito rendendo questo un lavoro vivo. Personalmente, dal punto di vista artistico, ho avuto il piacere di tenere a battesimo alcune nuove canzoni, che hanno avuto una lusinghiera risposta da parte del pubblico, e ho fatto una bella palestra di fotografia, in quanto - durante le sezioni di spettacolo che non prevedevano la mia presenza - mi sono calato nei panni di fotografo di scena, peraltro con risultati soddisfacenti. Inoltre a "Liberteatro" ho conosciuto dei musicisti straordinari e con due di loro, entrambi professionisti impegnati da anni nell'insegnamento e in diversi progetti discografici e concerti, sto realizzando alcune cose davvero interessanti. Si tratta di Daniele Pomo, un batterista e percussionista stratosferico, e Andrea Grossi, bassista e contrabbassista versatile e ricco di idee sia ritmiche che melodiche. Due grandi strumentisti e, soprattutto, due bellissime persone.

Stai preparando un disco tutto tuo, come procede?

Procede lentamente, perché è un disco che sto producendo da solo e che sto realizzando senza una band ma scegliendo di volta in volta i musicisti più adatti a ciascun brano. Questo ovviamente aumenta a dismisura i costi e dilata i tempi, ma non ho fretta. D'altronde ho aspettato una vita e qualche altro mese non mi spaventa, considerando anche il fatto che non è un disco che segue mode ma solo un tributo alla musica con cui sono cresciuto. Ho un discreto catalogo da cui pescare e mi piace avere la possibilità di ascoltare alcune delle mie canzoni registrate come si deve, magari con qualche ospite d'eccezione. Questo CD è un regalo che mi sto facendo, senza badare se a qualcuno poi gliene fregherà qualcosa. D'altronde perché dovrebbe interessare un autore italiano che in questo millennio scrive e canta canzoni in inglese che si ispirano alla California degli anni Settanta? Comunque, per quanto l'ossatura del disco sia costituita da alcune ballate di stampo West Coast, ci sarà spazio anche per altri suoni e quando il disco sarà pronto vedrò se qualcuno sarà interessato alla distribuzione. Ora non me ne voglio preoccupare: la mia attenzione è totalmente focalizzata sulla musica, sulle canzoni, su quello che stiamo realizzando in studio. Se ne uscirà qualcosa di buono, sono certo che la qualità verrà ripagata. Parallelamente sto portando avanti un altro progetto di cui vado fiero. E' un lavoro più grezzo, ma paradossalmente più difficile. Ho una band e stiamo lavorando insieme da un po' di mesi sulle mie canzoni in italiano. Per anni ho scritto in inglese e solo recentemente ho iniziato a scrivere pezzi in italiano. O meglio, è da poco che ho trovato una chiave per far "suonare" bene l'italiano e dargli la dinamica che ha l'inglese. Questo mi ha consentito di mettere su un piccolo repertorio originale che reputo sufficientemente buono per poterlo eseguire dal vivo. Cantare le proprie canzoni in italiano è ben diverso dal nascondersi dietro ad una lingua che, bene o male, qui non tutti capiscono. Con l'italiano sei nudo di fronte a tutti e devi pensare due volte a quello che scrivi prima di metterti dietro ad un microfono su un palco. Gianluca Galletti, il chitarrista, è straordinario e ha davvero un bel suono: caldo, grintoso quando serve, ottimo alla slide e con il wah-wah. L'approccio qui è molto diverso rispetto al disco in inglese: è un lavoro di gruppo, molto più rock, più orientato - per ora - verso la dimensione 'live' e con la possibilità di arrivare a qualche interessante nicchia di ascoltatori. Con questa band mi trovo veramente bene e mi diverto come non mi capitava da tempo: c'è grande spirito di gruppo, unione di intenti e non ci sono ego. Ci piace andare alla ricerca dell'intensità e del groove giusto. Se poi c'è un errore durante l'esecuzione di un pezzo, ci facciamo una risata. Non siamo professionisti e siamo consapevoli dei nostri limiti: fino a prova contraria siamo fatti di carne e ossa, niente chip né circuiti stampati. La precisione la lasciamo a quelli forti davvero. Noi frequentiamo questo giro in punta di piedi, con discrezione, per imparare e provare a trasmettere vibrazioni a chi ci ascolta. E se poi sbagliamo, 'fanculo gli errori!
 

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CSN&Sometimes Young: l'opera omnia su CSN&Y di cui è Francesco Lucarelli è co-autore

The CSN&Y Photo Special : Il magnifico libro fotografico curato da Francesco Lucarelli e Mauro Coscia