Hippie Dream: Il sogno della Woodstock generation

I. Hippie: definizione di un genere
Il “concertone” di Woodstock, il rock psichedelico, la beat generation. La voglia di pace e di libertà, il rifiuto della violenza, il desiderio di uscire dagli schemi tradizionali. E ancora, le droghe, l’ideale di una società anticapitalistica, l’anarchia: tante sono le facce del movimento hippie, tante le espressioni di una nuova tendenza che, dal sole della California, arrivò a contagiare migliaia e migliaia di giovani, generazioni di studenti e lavoratori di tutto il mondo in cerca della propria identità, smaniosi di uscire dall’anonimato ed essere, per una volta anche loro, protagonisti di un’indimenticabile stagione. Quella degli hippies nacque ufficialmente nel giugno del 1967 a San Francisco, con l’arrivo della summer of love, l’estate dell’amore che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto rivoluzionare tutto quello che era stato prima. Ragazzi perlopiù tra i 16 e i 22 anni, provenienti dalla classe media bianca e rappresentanti di quella cultura underground in cui si riassumeva il dissenso di gran parte del mondo giovanile, presero ad esprimersi contro il consumismo, il conformismo, le discriminazioni razziali, le tendenze imperialistiche della politica statunitense, le insidie della “guerra fredda” che, con la crisi di Cuba del 1962, erano ad un passo dal convertirsi in conflitto aperto tra le superpotenze, impegnate allora nella gara per gli armamenti nucleari. Presero il nome di hippie (esiste anche la forma hippy), termine dello slang inglese che sta per “uno che ha mangiato la foglia”: in soldoni, uno che ha capito o pensa di aver capito le brutture e le nefandezze della società e cerca ora un modo alternativo per non far più parte di questo meccanismo perverso, evitando di unirsi al coro dei più, considerati corrotti e spregiudicati. Hippie, o “figli dei fiori”, in quanto gli adepti contrapposero proprio il flower power al potere delle armi, affiancandovi poi il rifiuto delle logiche economiche e politiche prevalenti, quest’ultimo mutuato dalla beat generation (la generazione coeva che si proclamò “battuta” dalle ferree leggi del progresso e si autoescluse dalla società). Gli hippies, la cui connessione con il movimento beat è strettissima, cercarono una soluzione esistenziale alternativa all’integrazione sociale, identificandola nella formazione di comunità in qualche modo autosufficienti, basate sulla libertà, la non violenza, il rapporto con la natura, l’abbandono al flusso delle cose, in base all’ideale dell’io-tutto preso a prestito dallo Zen. L’utopia prese forma nel 1970, quando in molti abbandonarono le proprie case e le proprie città, per formare delle società agricole (definite “comuni”) e portare avanti la propria filosofia improntata al naturalismo e all’insofferenza verso ogni forma di commercio e di ricchezza. Per trovare la felicità tanto agognata, il flower power non esitò a ricorrere anche a mezzi artificiali, propagandando l’uso di droghe, la libertà sessuale, la moda dei culti orientali. Proprio l’assunzione di sostanze allucinogene serviva a ciascuno per fare il proprio trip, il viaggio con la mente in un mondo virtuale, ma finalmente nuovo e puro. Più tardi poi l’interesse del movimento si incentrò anche sul modo di vivere e sulle tradizioni degli indiani d’America, visti come un modello a cui rifarsi in materia di tribalismo, amore verso la natura e validità dei sentimenti (molti guru del movimento erano indiani di origine). E’ così che vennero recuperati, accanto all’ideologia nichilista e la matrice anarchico-rivoluzionaria, anche alcuni principi del buddismo e della filosofia orientale, specialmente quelli che tendevano a sviluppare gli aspetti intuitivi e sensitivi della vita.  La “rivolta” hippie segnò, nel bene e nel male, la storia dei nostri tempi, concorrendo ad una rivoluzione culturale che si affermò e si diffuse ben oltre il contesto territoriale e sociale in cui ebbe origine, modificando idee, modi di pensare, ordinamenti sociali, costumi di vita, espressioni artistiche dei diversi paesi del mondo, ed influendo anche sugli orientamenti politici internazionali. Tuttavia, come si verifica nel caso di qualsiasi movimento e ideologia, vanno distinti aspetti positivi e negativi. Tra i primi, val la pena di citare, ad esempio, l’affermazione degli ideali pacifisti, dei metodi non violenti, dei diritti civili, di una concezione meno formalistica della famiglia, di una maggiore tolleranza nei confronti della diversità e delle scelte sessuali individuali. Non si può inoltre ignorare il contributo di creatività arrecato dagli hippies alle arti rappresentative (teatro, cinema e pittura), alla musica, con la riscoperta della folk music, del blues e del jazz (e, soprattutto, con il grande raduno di Woodstock nel 1969, ancora oggi una pietra miliare nella storia del rock) e alla moda, grazie appunto al gusto verso le abitudini orientali. Da censurare, invece, l’impulso dato al consumo di sostanze stupefacenti e la proposta di modelli di vita individualistici ed edonistici che si ponevano sullo stesso piano di quelli avversati. Gli hippies furono sostenitori di un’utopia premoderna ed anti-industriale, che si proponeva il ritorno ad un’agricoltura senza macchine: ma proprio questo, in un’epoca ormai fortemente ancorata allo sviluppo economico e alla tecnologia, fu uno dei limiti del movimento. Il rifiuto della storia, di quella stessa storia di cui gli hippies puntavano a far parte, fece allora sì che la “ventata” di rinnovamento andò ben presto ad assorbirsi, lasciando ad altri interpreti ed altri teorizzatori il compito di proseguire in una secolare ed infinita lotta di classe. 

II. Identikit del “tipo” hippie
Essere ma anche apparire. Credere in un ideale e professarlo sino in fondo, ma anche rendersi perfettamente riconoscibili a tutti gli altri, profeti dello stesso pensiero e non. Anche per gli hippies, come per tanti movimenti precedenti e successivi, l’appartenere alla medesima “cerchia”, a livello ideologico, mai si scompagnò da una certa omologazione sul piano estetico. Come oggi vediamo fiorire la generazione del piercing e del rasta, così allora per essere un vero hippie si doveva seguire un preciso codice comportamentale. Gli adepti (si è già spiegato nel capitolo precedente) vivevano innanzitutto in “comuni”, piccole (ma a volte anche più estese) comunità agricole che si trovavano al di fuori delle città. Dai grossi centri gli hippies erano fuggiti per scampare alla morsa di una società selvaggia e matrigna, ingiusta e diventata ormai insopportabile. La vita in campagna, a stretto contatto con quella natura di cui gli hippies difendevano e rivendicavano l’essenza più pura, si basava su un’economia di sostentamento, senza nessun profitto, senza sfruttare in nessun modo più del dovuto quelle risorse tanto preziose e “venerate”. In città si tornava soltanto in occasione delle manifestazioni per la pace: sfilare in corteo nelle piazze, ad esprimere il proprio dissenso contro la guerra (quella con il Vietnam nello specifico, ma più in generale contro ogni tipo di conflitto) era una sorta di must, un appuntamento cui nessun buon seguace poteva mancare. E qui, a contatto con la realtà di tutti i giorni, immersa in quella quotidianità che quei giovani avevano polemicamente rifiutato, la “targa” dell’hippie veniva maggiormente in risalto. Capelli rigorosamente lunghi, ed in particolar modo tra gli uomini, uso di vestiti dai colori brillanti e inusuali, come pantaloni a zampa di elefante e magliette tinte con la tecnica del laccio, scarpe sportive, ma il tutto sempre e attentamente no-logo, privo cioè di qualsiasi marchio, di qualsiasi impronta (già a quel tempo) di “global”. Frequentissimo poi era l’utilizzo di sostanze stupefacenti, proprio in quello stesso periodo, gli anni Sessanta, in cui la diffusione delle droghe cominciava a crescere, venivano sintetizzate nuove sostanze e, per conseguenza, aumentava la percentuale di chi le assumeva. Le nuove droghe presero a circolare quando l’interesse psichiatrico intorno alla mescalina diede un forte impulso alle ricerche chimiche e farmacologiche tese a potenziare gli effetti del principio attivo della pianta del peyote: nacquero così le metossiamfetamine, che conobbero proprio nel movimento hippie la loro massima diffusione, mentre San Francisco, di fatto la “capitale” questa nuova cultura, divenne il principale centro mondiale nella produzione di sostanze psicoattive come l’LSD, oltre che nella sperimentazione degli effetti. Era questo il periodo culminante della cultura psichedelica, era questo il periodo di maggior “fioritura” del movimento hippie. La filosofia “viaggiava” nelle “comuni”, in piazza, nei grandi appuntamenti musicali e politici, ma anche sulle pagine di tutta quella che Jerry Hopkins, nel suo studio Le voci degli hippies (in Italia edito da Laterza), definì “stampa sotterranea”: il che stava a significare tutte quelle pubblicazioni indipendenti, al di fuori della stampa “ufficiale” attraverso le quali la nuova generazione poteva esprimere la propria voce, far sentire il proprio dissenso. Oltre quaranta, quando il movimento raggiunse il suo apice tra gli anni Sessanta e Settanta, erano le riviste in circolazione, tra settimanali, bisettimanali e mensili, per non parlare di tutti gli stampati che si realizzavano all’interno delle scuole, dove man mano l’ideologia hippie attecchiva sempre più. Nella sua raccolta, Hopkins riunisce le testimonianze migliori, alcune delle quali è interessante citare, in merito ai rispettivi argomenti. Potere - <Guàrdati dai capi, dagli eroi, dagli organizzatori, da tutta questa roba. Guàrdati dai tipi del sistema: non hanno alcuna capacità di capire. Sappiamo che il sistema non funziona, poiché viviamo in mezzo alle sue rovine. Sappiamo che i nostri capi sono dei buoni a nulla, poiché hanno saputo portarci soltanto a questo presente, i buoni come i cattivi. Chi ha causato più sofferenze, Hitler o san Paolo? La questione non è che il capo sia buono o cattivo: essere un capo è di per sé una cosa cattiva. Il Medium è il messaggio: e il messaggio dei capi è il Vietnam. I campi di concentramento. La Grande Società. Le cariche della polizia ad Haight Street>. (Lao Tzu, Communication Company, San Francisco, 6 aprile 1967). Regole - <Ci dicono che le regole fanno semplicemente parte della nostra crescita e che si deve obbedire ad esse senza discutere. Nessun individuo curioso deve discutere ciò. Siamo destinati ad affrontare la vita come macchine, ad agire senza riflettere, se non raramente, su ciò che facciamo. In un mondo senza senso e senza ordine, ci dicono di credere che c’è ordine, che queste regole impongono l’ordine e che, senza tener conto di che cosa siano, esse sono giuste e non debbono essere trasgredite. Ma se non vogliamo crescere come macchine, agendo senza pensare, dobbiamo considerare le nostre azioni. Dobbiamo mettere attentamente in discussione ogni norma di vita e riflettere su di essa. Non dobbiamo infrangere le regole per il gusto di infrangerle, ma dobbiamo esaminarle una per una prima di decidere quello che dobbiamo fare… Le norme sono fatte per essere obbedite; ma noi dobbiamo ricordarci sempre che… possono essere cambiate>. (Jeff Kaye, Vista, Fairfax, Los Angeles High School, 1° aprile 1967). Economia - <Dobbiamo pretendere dimostrazioni tangibili della fratellanza (economica) dell’uomo. Questo paese deve dare senza alcuna pretesa di contropartita gran parte della sua sovrabbondanza alle nazioni più povere. Un primo passo dovrebbe essere l’immediato disarmo e dare metà del nostro bilancio di guerra alla Cina, un quarto ai poveri del nostro paese e un quarto al resto del mondo. Queste soluzioni “utopistiche” debbono essere prese sul serio, altrimenti potremo trovarci di fronte – realisticamente – all’annientamento: ad opera di quelli che hanno bisogno o di quelli che vogliono conservare, oppure ad una reciproca simbiosi distruttrice di entrambi>. (Tuli Kupferberg, The East Village Other, New York, 15 febbraio 1967).
Vietnam - <In passato, nei nostri sforzi per combattere da soli quelli che consideravamo essere i mali del comunismo, abbiamo più di una volta violato lo spirito degli ideali democratici espressi dalla nostra Costituzione, ma il nostro impegno anticomunista non ci aveva mai portato ad una azione così moralmente discutibile. Considero la presenza militare americana nel Vietnam come un atto di violenza aggressiva non solo contro il popolo vietnamita, ma contro tutta l’umanità>. (William Tynan, The Los Angeles Free Press, Los Angeles, 17 giugno 1967)
Droghe - <Solomon (un medico che compì uno studio intitolato The Marijuana Papers) ha raccolto un volume ricchissimo di prove assolutamente convincenti per sostenere la affermazione che la marijuana fa bene alla salute, alla mente e a tutto. Dire che fa bene all’anima sembra troppo poco quando si sia sperimentata, in se stessi e negli altri, l’evoluzione dell’anima e lo sviluppo spirituale che sono causati dalla marijuana. Questa opinione è condivisa da un numero impressionante di scrittori, poeti, pensatori, medici e scienziati>. (Harry Monroe, The San Francisco Oracle, San Francisco, marzo 1967). Utopia - <Esistono letteralmente migliaia di giovani (artisti, hippies, beatniks, pacifisti, pro-diritti civili ecc., noti come gli undergrounds) i quali, in un modo o nell’altro, hanno abbandonato il “sistema” nel senso che, in pratica, vivono o meglio sopravvivono ai suoi margini o vorrebbero avere il vantaggio una volta per tutte di separarsi dall’Unione. Naturalmente, questo movimento dovrebbe combinarsi con la costituzione di una confederazione di persone che si riuniscono liberamente, anziché in Stati. Dato che si tratterebbe soltanto di qualche migliaio di individui, non ci sarebbe bisogno di una struttura di tipo statale. La confederazione avrebbe una struttura tribale. Sarebbe chiamata “Underground States of America” ed esisterebbe sulle stesse basi che esistono già nell’attuale underground. In un primo momento questa proposta può apparire ridicola, ma servirebbe – come proposta della città di New York – ad illustrare il clima di miseria morale, politica ed economica dell’America>. (Allan Katzman, The East Village Other, New York, 1° agosto 1966). Polizia - <Ci è stato detto che quando la polizia si comporta brutalmente e irragionevolmente i cittadini possono rivolgersi ad un Civilian Review Board che si incaricherà di proteggere gli innocenti. Ci hanno parlato di diritti di proprietà, di santità della famiglia, del diritto di ogni uomo di cercare la felicità. Ma se appartieni ad un gruppo di minoranza, se sei un negro o un portoricano, se hai i capelli lunghi e porti collane e campanelli, scordatelo. Se soltanto sfiori un pelo del lungo braccio della legge, esso strangolerà te e tutti quelli come te fino a che gli appelli alla giustizia e alla libertà svaniranno come l’eco di un ricordo lontano dall’altro lato di un recinto di filo spinato>. (Lorraine Glennby, The East Village Other, New York, 1° giugno 1967). 

III. Gli hippies e la musica: Woodstock 1969
Gli anni Sessanta videro l’affermarsi della musica pop, che veniva ormai suonata un po’ ovunque. Furono le nuove problematiche sociali a determinare un progressivo sviluppo di questo genere musicale, caratterizzato da atteggiamenti underground, testi astratti, magiche tecniche di illuminazione e nuove miscele musicali (rapper, rock, folk-rock, good-time music). In questi anni furono i complessi ad avere il massimo dell’audience, mentre entrò in crisi il mondo dei cantanti solisti, in particolare uomini. La British Invasion raggiunse il suo massimo picco di popolarità nel 1965 grazie a gruppi composti da soli uomini quali i Beatles, Freddie and the Dreamers, Herman’s Hermits, Chad Stuart and Jeremy Clyde e già nel 1966 si stabilì una fitta rete di scambi tra musicisti inglesi e americani. Nel 1967 San Francisco si riempì di gruppi musicali che suonavano un tipo di musica particolare per un pubblico a loro idealmente molto vicino. La loro musica era molto personale e diventò un mezzo molto potente all’interno di quel sistema alternativo noto come “controcultura”. I gruppi riuscivano a sopravvivere senza contratti discografici, grazie alla presenza di un pubblico amichevole, di promotori benevoli e di luoghi accoglienti in cui suonare. Il rapporto tra il pubblico di San Francisco e i suoi musicisti fu straordinario; era come se tutti fossero vecchi amici e la mancanza di divisione tra artista e pubblico dava grande forza alla musica. Dal 1967 in poi si verificò un importante cambiamento nella musica pop, che assunse caratteristiche di maggiore impegno sociale, mentre a Hollywood il business della musica rimaneva impegnato a far soldi: ad esempio, la casa discografica dei Monkees, per sollecitare maggiore curiosità tra il pubblico, creava inesistenti rivalità tra questi e i Beatles. Ormai erano state tracciate le linee di demarcazione tra il gusto musicale hippie e quello conformista e la maggior parte dei musicisti (Beatles, Rolling Stones, Donovan, Who, Jefferson Airplane) finì con l’identificare ciò in cui credevano nelle loro canzoni, nelle esibizioni e nel modo di vestire. Si cominciò a porre attenzione ai testi delle canzoni e a controllarne attentamente le parole, alla ricerca di significati nascosti, messaggi occulti, supposti doppi sensi. Tutto andava bene per lanciare messaggi socialmente importanti o per tentare nuove strade di ricerca. Ma molti cantanti pop continuarono a cantare canzoni dove “cuore fa rima con amore”, per cui divenne più netta la contrapposizione tra i cantanti “impegnati” e quelli conformisti. Mentre alcuni gruppi americani di successo passarono attraverso il ’67 insensibili ai cambiamenti, altri cambiarono addirittura il proprio nome, come i Pulsation, che divennero i Buckingams. In quegli anni, sempre a San Francisco, si manifestò un nuovo movimento musicale, il Rock Psichedelico, caratterizzato dalla fusione di blues, jazz e folk e dall’uso di strumenti elettronici. I più famosi iniziatori del rock psichedelico furono: The Greateful Dead e Jefferson Airplane. I primi ebbero in Jerry Garcia il loro leader carismatico e fu il gruppo che riuscì maggiormente a conservare il più stretto rapporto con i propri fans, mentre i secondi furono i sostenitori di una rivolta contro le convenzioni della società americana e la guerra in Vietnam. Di particolare importanza, per la nascita del fenomeno, sono gli Acid-Test, speciali serate dove svariati artisti improvvisavano davanti al pubblico, sotto l’effetto di un allucinogeno (LSD), dagli effetti devastanti sulla psiche, tipica droga del nascente movimento hippie che, secondo i fruitori, permetteva di intraprendere una sorta di viaggio artificiale, aumentando la creatività artistica. Mentre a San Francisco questo movimento durò solo qualche anno, maggiore fu la longevità del fenomeno musicale, caratterizzato da testi sognanti, di denuncia sociale con suoni di chitarra dilatati, liquidi, sferzanti e pungenti, tutti elementi comuni ad artisti della musica psichedelica statunitense come Jimi Hendrix, The Byrds e The Doors. Tra le formazioni britanniche più autorevoli troviamo i Pink Floyd, promotori nell’uso dell’elettronica e protagonisti di brillanti light show. Sicuramente, i Beatles e gli Yardbirds vennero influenzati dall’esperienza californiana. A Monterey, sulla costa del Pacifico, nel giugno del ’67 si svolse l’evento più importante degli ultimi settant’anni di musica popolare: il primo e unico Monterey International Pop Music Festival, al quale parteciparono noti e importanti musicisti e gruppi quali i Byrds, Buffalo Springfield, Jefferson Airplane, Greateful Dead e Who. Il festival, con tutte le sue limitazioni e i suoi errori, aprì la strada a una nuova era di espressione musicale in America. Nel 1969 venne proposto il più grande concerto mai organizzato: il concerto di Woodstock, dal nome della contea che lo ospitò. Al megaraduno per la pace parteciparono una ventina di complessi e circa 650.000 persone, accampate tutto intorno al palco situato in mezzo a un prato, appena fuori dal centro abitato. Tra i principali artisti che parteciparono a quest’evento si ricordano Joan Baez, Crosby-Still-Nash, Who, Joe Cocker, Santana, Jefferson Airplane, Janis Joplin e Jimi Hendrix. A conferma dell’attualità di questo genere musicale, è opportuno ricordare come a cavallo degli anni ottanta e novanta si sviluppò un nuovo filone artistico, la Neo Psichedelia, che, pur rifacendosi alle esperienze degli anni Sessanta, finì col creare qualcosa di completamente nuovo e inedito che, abbandonando le vecchie bizzarrie, si dedicò a un più maturo approccio con la composizione musicale. 

IV. Hippie e cinematografia
La ventata culturale, sociale e politica all’insegna del rinnovamento e del recupero di valori fondamentali quali la pace, l’amore e la libertà, l’ansia e il desiderio di un mondo più giusto e mai più lacerato dai conflitti si riflette, parlando del movimento hippie, anche nella cinematografia, con autori e registi che, oltre a documentari di vario genere (si va dalle immagini del raduno di Woodstock nell’agosto del 1969, le più belle girate da Michael Wadleigh, alle varie monografie dedicate ai profeti del rock in auge tra gli anni Sessanta e Settanta, tra cui spiccano The Wall di Alan Parker sui Pink Floyd e Great Balls of Fire di Jim McBride su Jerry Lee Lewis), si concentrarono, con risultati in alcuni casi eccellenti, sulle storie “metropolitane” degli hippies di strada, dando uno spaccato intenso e reale di questo nuovo e stravagante tipo di società, di questa nuova filosofia tutta da scoprire. Emblematico in questo senso (a tal punto che generazioni di seguaci del movimento lo considerarono il loro “manifesto” più appropriato) è Easy Rider, pellicola del cineasta Dennis Hopper datata 1969. Periodo in cui la cultura delle droghe stava per diventare una cultura di massa, legata ai movimenti giovanili, alla contestazione e alla musica rock: nella pellicola, che ha per protagonisti Peter Fonda e Jack Nicholson, si racconta la storia di due giovani che attraversano gli Stati Uniti in sella ai loro choppers (le motociclette degli anni ’60) ma che, ad ogni fermata, suscitano scalpore e polemiche per via del loro abbigliamento trasandato e delle loro presunte malefatte. A difenderli ci pensa un vecchio avvocato dedito all’alcool, che, a poco a poco, finirà per “immergersi” nel loro credo (esemplificativa la scena dell’iniziazione dell’uomo di legge alla marijuana) e si unirà entusiasta all’avventura. Tutto il film, attraversato dalle musiche di Bob Dylan, Jimi Hendrix, The Birds, Steppenwolf e altri miti del tempo, fu salutato con enorme fervore da tutti gli “adepti”, che videro nei due protagonisti Billy e Wyatt le vittime della cultura dominante (è opportuno questa volta ricordare il finale, con i ragazzi che vengono uccisi a fucilate) e in particolare nell’avvocato, anche lui assassinato, l’intenzione dei benpensanti di rimuovere ogni macchia in nome del perbenismo e della normalità. Di qui il messaggio intrinseco: i criminali non sono gli hippies e i giovani contestatori e consumatori di droghe, perché questi vanno ricercati dall’altra parte della barricata. Ai tempi, Easy Rider ottenne due nomination all’Oscar (per Jack Nicholson come attore non protagonista e per la sceneggiatura), mentre Morando Morandini nel suo Dizionario dei Film lo definì “il più famoso film di strada della storia del cinema”. Ma gli anni della contestazione, il mito dello “sballo” e del consumo di droghe più o meno pesanti torna anche, ed in maniera esplicita, in una pellicola più recente, Taking off, opera del regista Milos Forman, del 1971. Qui i coniugi Larry e Lynn Tyne (gli attori Buck Henry e Lynn Carlin) cercano disperatamente la figlia Jeannie (Linnea Heacock), che non è rincasata come tutte le altre sere. Quando finalmente la giovane torna dopo essere stata ad una manifestazione hippie, gli interrogatori dei genitori si fanno oppressivi ed inaccettabili, sicché l’adolescente decide di allontanarsi nuovamente. Ma Larry e Lynn non si danno per vinti e riprendono pedissequamente le ricerche, al punto da rivolgersi alla “Società Genitori Figli Scappati”, dove sono indotti da alcuni membri della stessa a fumare spinelli per meglio comprendere la mentalità della gioventù hippie. E’ così che, in preda alla droga, Larry e Lynn invitano a casa altre coppie di genitori ed è proprio in questo momento che la figlia rientra e trova mamma e papà in atteggiamenti non troppo “ortodossi”. Ma è questo il momento della reciproca comprensione e del superamento delle barriere generazionali. Premio speciale della giuria al Festival di Cannes e miglior film al Festival di Belgrado, Takin off segnò, sotto certi aspetti, la rivincita almeno virtuale del movimento hippie, “bacchettato” nella realtà e ormai considerato, nel pensiero della maggioranza, secondo un’accezione unicamente negativa.  Siamo in epoca più recente infine, nel 1999, con A Walk on the Moon – Complice la Luna, che ripercorre, a trent’anni di distanza e in occasione del terzo raduno a Woodstock, la cronaca dell’evento rock più maestoso di tutti i tempi e risalente all’agosto del 1969: sfondo di folla oceanica e di ragazzi in delirio per raccontare la storia di Pearl, giovane casalinga che, nello stesso periodo in cui la missione Apollo sta partendo per la Luna e la guerra in Vietnam è in una fase delicatissima, si dà alla fuga con Walker, venditore ambulante di vestiti e magliette. Interpretato da Diane Lane e Viggo Mortensen e diretto da Tony Goldwyn, il film dà lo spaccato, nostalgico e malinconico, di un tempo che non c’è più, di un gusto che è sparito e ormai sostituito dalla “nuova frontiera” del pensiero giovanile. 

V. Il contesto storico americano ed europeo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta
Terminata la Seconda guerra mondiale, il mondo si trovò diviso in due contrapposti blocchi, uno sotto l’influenza americana, l’altro sotto quella sovietica. Da qui ebbe inizio il periodo della guerra fredda, caratterizzato da un susseguirsi di reciproche minacce militari e da una continua rincorsa agli armamenti nucleari. Sul finire degli anni Cinquanta si ebbero alcuni segni di distensione, conseguenza dei primi tentativi di dialogo tra i vertici politici dei due blocchi. All’inizio degli anni sessanta gli Usa godettero di un periodo di grande sviluppo economico, con conseguente aumento del livello di benessere, che portò sempre più il paese a diventare punto di riferimento di tutti quegli stati che erano usciti sfiancati dalla Seconda guerra mondiale. Il 1960 fu l’anno segnato da un avvenimento di straordinaria importanza: l’elezione a presidente degli Usa del quarantatreenne candidato democratico J.F. Kennedy. Propugnatore di una “nuova frontiera” che portasse nella società americana ideali più tolleranti, democratici e, soprattutto, antirazzisti, spinse l’America verso un’ulteriore espansione economica e scientifica, dando forte impulso alla ricerca spaziale. In politica estera, i suoi tre anni di presidenza (fu assassinato a Dallas nel 1963) furono caratterizzati da forti tensioni con l’Urss. Infatti, nel 1961, da parte sovietica, vi fu la costruzione del muro di Berlino, che divise la città in due settori, Ovest, sotto l’influenza occidentale, Est, sotto quella sovietica. Nel 1962 si ebbe la crisi di Cuba, la più grave del dopoguerra, che portò il mondo sull’orlo di una guerra mondiale nucleare. In questo periodo fu anche intensificato l’impegno americano in Vietnam. Nonostante tutto ciò, fu mantenuto un tenue filo di dialogo con il premier sovietico N. Kruscev. Nel 1968, la società americana fu turbata da altri tragici avvenimenti interni, derivanti dalla resistenza da parte dei settori più conservatori verso i nuovi ideali kennedyani: gli assassini del leader di colore M.L. King e del candidato democratico alle elezioni presidenziali B. Kennedy, “reo” di voler portare avanti le idee del fratello. La guerra in Vietnam, che contrappose il Sud filoamericano contro il Nord filocomunista, fu per l’America uno dei periodi più difficili della sua storia recente: oltre all’insuccesso (il ritiro delle truppe avvenne nel 1973) gli americani piansero la morte di ben 55.000 soldati e il ferimento di 300.000. Molte furono le voci di contestazione sia interna che internazionale alla politica militare statunitense, ma, soprattutto, furono i giovani a ribellarsi ad essa. Sempre in quegli anni, in alcuni stati dell’America centromeridionale, si formarono dei movimenti armati, di matrice essenzialmente marxista e finanziati dall’Urss, che si contrapposero ai regimi dittatoriali locali filoamericani. In questo contesto, a Cuba, salì al potere Fidel Castro ed emerse una figura di rivoluzionario che diverrà immediatamente un modello per tanti giovani che in quegli anni contestavano la loro società, Che Guevara.In Europa, il contesto politico della Francia fu caratterizzato dalla presenza al potere del generale C. De Gaulle, eroe della resistenza al nazismo. La sua politica portò all’indipendenza dell’Algeria, con la fine della guerra (1962) e ad una sempre più marcata autonomia dagli Usa, che portò la Francia ad uscire dalla Nato (1966) e a dare il via ad un proprio programma di difesa militare con la fabbricazione di una propria bomba atomica. Nel maggio del 1968, a Parigi, scoppiò la contestazione studentesca con chiari obiettivi politici, sociali e di democrazia scolastica. Gli studenti ebbero l’appoggio degli operai e il movimento di protesta si propagò in tutto il paese con scioperi e manifestazioni, provocando morti e feriti. Passata la prima fase, la protesta scemò, anche per le sopraggiunte divisioni tra studenti e operai, e fu consentito a De Gaulle di riprendere saldamente in pugno la situazione con il pieno appoggio della grande maggioranza dei francesi. All’inizio degli anni Sessanta la Gran Bretagna, dopo grosse perplessità, chiese ufficialmente di entrare a far parte del Mec; ma, per la sua politica fortemente filoamericana, trovò la netta opposizione della Francia. La richiesta inglese verrà accolta solamente nel 1973 anche se la Gran Bretagna manterrà, come tuttora, una posizione alquanto scettica verso il movimento europeista. Negli anni Settanta l’economia inglese diede segni di indebolimento; iniziò un periodo molto turbolento caratterizzato da un aumento della disoccupazione con conseguenti manifestazioni e scioperi. Alla fine degli anni Settanta, con la nomina a primo ministro di M. Thatcher, ebbe inizio il risanamento dell’economia ottenuta attraverso tagli sullo stato sociale. Il 1960 trovò un’Italia considerevolmente migliorata nel tenore di vita degli abitanti, e ciò grazie al miracolo economico prodotto dal processo di industrializzazione e modernizzazione del paese. Ma già nel 1963 si ebbero i primi fenomeni di crisi del “boom”, crisi che si manifestò con evidenza nel 1968 e nel 1969, in concomitanza con l’ondata di contestazione che, partita dalla Francia, si propagò in tutto il mondo occidentale. Il movimento studentesco diede vita al fenomeno del Sessantotto, trovando rispondenza anche nel mondo operaio. Fu un periodo di grande conflittualità con scioperi e manifestazioni in tutto il paese. La stagione contestataria si chiuse lasciando l’Italia molto diversa da come era, con una pesante involuzione economica da risolvere. In un contesto così turbolento, con l’attentato di Piazza Fontana nel 1969, si manifestò il fenomeno del terrorismo, che mise a dura prova la stabilità democratica dello stato. Fu un periodo di contestazione violenta che portò al sorgere di gruppi eversivi che, tendendo a radicalizzare l’attacco contro tutto quanto poteva apparire istituzionalizzato, si prefiggevano il rovesciamento dello stato democratico. Gli anni di piombo furono caratterizzati da un susseguirsi di sanguinari attentati, che culminarono con l’omicidio di A. Moro, assassinato dalle Brigate Rosse nel 1978. Ma l’Italia seppe reagire con fermezza all’ondata terroristica senza cadere nell’autoritarismo. 

VI. I protagonisti di un’epoca
Mille voci, mille storie e mille volti diversi per esprimere un unico pensiero. Mille rappresentazioni, artistiche, letterarie, cinematografiche, filosofiche e di piazza, ma tutte con lo stesso obiettivo e riconducibili alla stessa matrice, al clima beat e all’atmosfera di rivalsa tipica del movimento hippie. Di seguito, diamo un quadro delle personalità più importanti e rappresentative di questa nuova e rivoluzionaria stagione.

VI. 1. David Crosby
Fu uno dei più grandi ed influenti cantautori della scena californiana. David Crosby, nome d’arte di David Van Cortland, originario di Los Angeles, dove nacque il 14 agosto 1941, inizia la sua carriera girando gli Stati Uniti come folksinger, accanto ai Les Baxter’s Balladeer. Il periodo di “vagabondaggio” è compreso tra il 1958 e il 1963, dopodiché il cantante torna a Los Angeles e dà vita, insieme a Jim McGuinn, Gene Clark, Chris Hillmann e Michael Clarke al gruppo The Byrds, alfieri di un nuovo genere musicale, il folk rock, che ben presto viene salutato con enorme entusiasmo da critica e pubblico, in particolare appunto da quelle generazioni di adolescenti che, di lì a poco, avrebbero dato vita al movimento hippie. Con l’album Fifth Dimension del 1966, terza esperienza musicale della band, Crosby si fa quindi largo come autore e promotore della svolta psichedelica del complesso. Con il successivo disco invece, Younger Than Yesterday (1967), l’artista s’impone prepotentemente come figura leader dal vivo e diventa l’anima ribelle dei Byrds, profeta di un radicale anticonformismo che gli comporta l’estromissione dal gruppo. E’ così che Crosby prende a frequentare la comunità hippie di San Francisco, dove matura, con Stephen Stills (reduce dai Buffalo Springfield) e Graham Nash (sul punto di lasciare gli Hollies) l’idea di un supergruppo. Ed ecco, nel maggio del ‘69, uscire Crosby, Stills & Nash, che si configura come uno degli eventi discografici della stagione, anche grazie alla partecipazione al grande raduno di Woodstock, nel quale il trio si esibisce accanto a Neil Young. E’ qui che il percorso artistico di Crosby tocca uno dei suoi apici: seguono a quella magica estate altri album realizzati con Stills e Nash, mentre è del 1973 un nuovo lavoro messo a punto in studio con i Byrds. Nel frattempo, però, Crosby resta vedovo e si lascia sempre di più andare all’utilizzo di droghe, sino a piombare in una tragica tossicodipendenza. Nel 1985, all’epoca del Live Aid, che riunisce sullo stesso palco di Londra Stills, Nash e Crosby, quest’ultimo è in condizioni estreme. Pochi mesi dopo viene arrestato per possesso di sostanze stupefacenti ed armi. Toccato così il suo fondo, per un periodo nei primi anni Novanta il cantautore sembra protagonista di una “seconda giovinezza”, sempre accompagnato, musicalmente parlando, dagli amici di un tempo. Il 1994, ad esempio, è la data di After The Storm (“Dopo la tempesta”, che lascia intendere un quid di autobiografico), album presentato sul palco del concerto celebrativo di Woodstock, nello stesso anno. Ma è proprio ora che Crosby torna finalmente a cavalcare la cresta dell’onda, che il suo fegato cessa di funzionare: sottoposto a trapianto alla fine del ‘94, riesce per qualche tempo a riprendersi, anche se fortemente debilitato. Al 1997 risale la sua ultima apparizione: un breve tour a fianco del figlio di James Raymond e al chitarrista Jeff Pevar. 

VI. 2. Allen Ginsberg
Statunitense, professione poeta, nacque nel New Jersey nel 1926. Di famiglia comunista, visse sin da piccolo sotto l’impressione del tragico destino occorso alla madre, attivista militante che finì i propri giorni in una clinica per malattie mentali nella quale fu coattamente richiusa quando Ginsberg era ancora un adolescente. Da questa angoscia deriva probabilmente quel senso di sfiducia, quando non di terrore, verso la condizione umana, che poi ne condizionò l’intera vita. Dopo gli studi alla Columbia University, accanto all’amico Jack Kerouak, e dopo esser stato sospeso per indisciplina, girò in lungo e in largo il Messico e gli Stati Uniti, dedicandosi ai più svariati mestieri. Nel 1949, arrestato per aver offerto ospitalità ad un ladro, conobbe Carl Solomon, uno sconosciuto poeta che gli ispirò la sua opera più famosa, Howl (L’urlo), scritta nel 1955 a San Francisco, e quindi agli albori del movimento hippie. La pubblicazione di questo lungo ed accorato “j’accuse” che, con versi tratti dalla Bibbia, denunciava la triste sorte delle “menti migliori” che la società aveva ridotto alla droga, all’omosessualità, alla disperazione e addirittura al suicidio costò all’editore un processo per oscenità, dal quale però tutti gli imputati vennero assolti. Grazie a questo enorme “polverone” però Ginsberg divenne in breve il portavoce poetico della beat generation, portando a conoscenza di un pubblico sempre più vasto (ed è qui che gli hippies videro in lui il loro cantore) lo sconvolgente quadro della società del tempo: un materialismo che nega ogni libertà e dal quale si può sfuggire solo rifugiandosi nell’anarchia e nella violenza, nel sesso, nella droga o nella follia. Tutte le sue successive raccolte di poesie sono così lo specchio di questi ideali: basti citare Kaddish: Poems 1957-60 (1960), Empty Mirror (1961), Reality Sandwiches (1963). 

VI. 3. Jack Kerouak
Tra i massimi esponenti della beat generation, Kerouak nacque a Lowell, nel Massachussets, nel 1922. Con i suoi romanzi ha esercitato un notevole influsso sugli scrittori europei, nonché su generazioni di giovani in cerca di ideali e di continui punti di riferimento. Nel panorama letterario esordì nel 1950, quando diede alle stampe il libro The Town and the City, opera prima che suscitò interesse da parte della critica tradizionale, ma che ancora era lontana dall’esplosione beat maturata in epoca successiva. Quella non tardò a manifestarsi invece nel 1957 con On the Road e, soprattutto, l’anno successivo con The Subterraneans: incentrato sull’amore di un ragazzo bianco, il protagonista, per una ragazza di colore di San Francisco (anche qui l’ambientazione è sintomatica del respiro rivoluzionario che si avvertiva in quegli anni in California), il testo analizza lo stato emotivo dei due protagonisti, combattuti tra il loro amore e l’esigenza di essere beatnik, naturali e distaccati, rigorosamente fuori dagli schemi tradizionali, rigorosamente hippie. E’ proprio in questo filone “alternativo” che Kerouak diede corpo alla sua produzione migliore, nella quale è utile ricordare ancora The Dharma Bums (I vagabondi del Dharma, 1958), Mexico City Blues (1959), Satori in Paris (1967) e The Vanity of Duluoz (1968). 

VI. 4. Timothy Leary
Il vero guru, il nume tutelare del movimento e della coscienza hippie, l’incarnazione di un genere. Timothy Leary nacque a Springfield nel 1920 e fu, prima di tramutarsi nel profeta della “rivoluzione psichedelica”, professore ad Harward negli anni Sessanta. Fu in seguito allontanato dall’insegnamento perché teorizzava, nonché propagandava, l’uso dell’LSD come strumento per ampliare la percezione ed aprire le proprie prospettive.  Imprigionato, fuggito e passato per innumerevoli avventure, negli ultimi anni della sua vita svolse il ruolo di conferenziere-performer e si concentrò sulle possibilità “liberatorie” concesse dalle nuove tecnologie. Tra i suoi scritti più famosi si possono citare Grande sacerdote, The Politics of Ecstasy, Neuropolitique, Flashbacks, Caos e cibercultura. Quindi, affetto da una lunga e grave malattia, si isolò dal mondo, sino alla scomparsa avvenuta nel giugno del 1996, all’età di 75 anni. Nel campo della filosofia e della scienza, Leary è diventato famoso soprattutto per i suoi studi legati al mondo del progresso: a partire dagli anni Cinquanta, infatti, l’intera sua opera è completamente intrisa di filosofia scientifica e pragmatismo americano. In questo senso, bisogna ripensare alla sua tesi di dottorato, che era orientata a descrivere i comportamenti umani, il più oggettivamente possibile. E’ proprio da qui che si sviluppa la sua ispirazione, molto vicina all’ideologia positivista: ma la scienza in Leary, anziché annullare l’individuo ed appiattire ed omologare le coscienze, tende al contrario ad esaltarle: il suo interesse per il “nuovo”, per la tecnologia, per tutto ciò che rappresenta l’avvenire è motivato da un concetto di espansione della propria conoscenza, nonché della comprensione e del controllo del proprio sistema nervoso (tema questo derivatogli dalle esperienze psichedeliche e poi ritrovato nel suo approccio quasi “mistico” nei confronti del computer). Insomma, Leary fu sì un hippie, ma un hippie d’avanguardia, personaggio complesso dove la coscienza critica e la constatazione di una società ormai da rinnovare mai si scompagnava da una visuale illuminata e continuamente propositiva. Il progresso avrebbe proseguito in ogni caso il suo inesauribile moto: la soluzione era trovare il modo per poterlo “incamerare” in modo costruttivo. 

VI. 5. Mort Sahl
Fu uno degli attori più rivoluzionari nell’America degli anni Sessanta, capace di rompere con la precedente tradizione e solcare strade del tutto nuove nel modo di vestire e di recitare. Nato a Montreal, Mort Sahl e la sua famiglia si trasferirono ben presto a Los Angeles, in quella California che, come si è detto ripetutamente, stava cullando il nuovo movimento hippie. Dopo aver svolto gli studi superiori, iniziò a farsi strada come comico, soprattutto nel genere della satira politica. Un settore sino a quel momento poco conosciuto e rivisitato, nel quale Sahl si applicò completamente, non solo nel modo di essere ma anche nell’apparire: basti solo pensare che, sino a quel momento, la figura del comico era rimasta ancorata ad un preciso cliché (ad esempio il vestito scuro e la cravatta praticamente “di ordinanza”). Sahl invece lanciò la sua moda ed un nuovo stile indossando maglietta e calzoni sportivi e parlando liberamente di fatti e personaggi d’attualità, andando non poche volte a toccare veri e propri argomenti tabù. Logico quindi che gli hippies videro in lui un modello per il suo coraggio, la volontà e l’ardire di “sfidare”, anche se solo a parole, un potere sentito come scomodo. Va detto, ad onor del vero, che Sahl riuscì nella sua “impresa” in un momento di particolare accondiscendenza da parte delle autorità verso tutti quelli che si schieravano contro: così il mordace comico ebbe carta bianca quando si trattò di mettere alla berlina, ad esempio, il senatore McCarthy, il presidente Eisenhower e il vice presidente Nixon, con attacchi che finirono sulle prime pagine di tutti i giornali dell’epoca. Con sua grande soddisfazione, Sahl guadagnò così un’immensa popolarità, tanto da essere invitato ai principali eventi politici del tempo, esattamente accanto a tutti i suoi bersagli prediletti. Acclamatissimo in televisione, Sahl ebbe una fortuna minore nel cinema: il suo primo film, La pelle degli eroi, risale al 1960, mentre gli altri due conosciuti anche in Italia sono entrambi del 1967, Il mondo è pieno… di papà e Piano piano non t’agitare. 

VII. Gli hippies, no-global “ante litteram”
Anni Sessanta, anarchia e fervore libertario. Non soltanto in California, dove nel giugno del 1967 era nato ufficialmente il movimento hippie, ma anche in tutti gli Stati Uniti e, di riflesso, in Europa, si fece sentire sempre più prepotentemente nelle coscienze giovanili l’ansia di un rinnovamento, la voglia di “svecchiare” e migliorare gli antichi dogmi, i malsopportati stereotipi di una società con cui più nulla si voleva condividere. E’ così che, sull’onda di una nuova soggettività fortemente critica nei confronti delle costrizioni di vita e di lavoro proprie dell’organizzazione social-capitalistica industriale, inizia a serpeggiare nel mondo un nuovo trend comportamentale e linguistico centrato sul libero gioco dell’espressività. In questo contesto, si passa rapidamente dagli hippies ai provos olandesi, attraverso il Free Speech Movement di Berkeley, ovvero il primo movimento in grado di introdurre il sit-in come metodologia di lotta pacifica, che diede appunto inizio alle proteste studentesche in occidente. Sono questi i primordi di quel filone “alternativo” che arriverà poi ad adottare Internet come strumento di comunicazione. In principio si trattava di piccoli gruppi che, a poco a poco e attraverso l’impegno attivo in pratiche di scontro, per lo più pacifiste e velenosamente ironiche, all’indirizzo dei modelli costituiti dalle autorità, allargarono vertiginosamente i propri orizzonti: si trattava di gruppi capaci di farsi carico di nuove responsabilità per ridefinire il concetto di libertà, soggetti sino ad allora esclusi dalla vita collettiva, oppure ridotti in ruoli ristrettissimi, che finalmente cominciarono a far sentire la propria voce, ponendosi come finalità prima la lotta all’autoritarismo, in qualsiasi forma esso si fosse manifestato. Tutto venne quindi sottoposto ad approfondite valutazioni critiche: dalle nuove acquisizioni e conoscenze fatte nel campo della ricerca e della tecnologia, al sistema massmediatico, con stampa, radio e televisione che furono ampiamente bersagliati per le manipolazioni, a tratti plateali, nei confronti dei poteri forti e la particolare accondiscendenza verso alcuni personaggi. Tra i movimenti d’opposizione che raccolsero l’esempio degli hippies, il primo da segnalare in Europa sono i provos olandesi, gruppo autoritario e non violento (la non violenza era un elemento preponderante della lotta di quegli anni, quasi a negazione della sempre più imperante violenza rappresentata dal potere), composto ed arricchito da una stravagante compagnia di artisti visionari ed anarchici. Nella metà degli anni Sessanta i provos instaurarono per le strade di Amsterdam un singolare esempio di “repubblica anarchica”, reclamando, non senza un certo piacere, il loro diritto nel non voler seguire i modelli di consumo (oggi si parlerebbe di globalizzazione), attraverso una pratica di disobbedienza civile (e qui vengono in mente le “tute bianche” di Casarini & C.) da attuare ciascuno attraverso la propria fantasia. Celeberrimo, al riguardo, fu il “piano delle biciclette bianche”: l’intenzione cioè di mettere a disposizione della cittadinanza di Amsterdam un numero di biciclette collettive (bianche in modo che potessero essere riconosciute anche durante la notte). In questo modo, si sarebbe data ad ogni cittadino la possibilità di utilizzare un mezzo singolo e al tempo stesso comune, chiaramente privo di alcun lucchetto, simbolo questo della tanto detestata proprietà privata. Fu così che il mezzo a due ruote, rigorosamente “ecologico”, divenne strumento e simbolo al tempo stesso della lotta al piano consumistico ed arma della gente comune alla società privata e capitalista. Il progetto che, nonostante ebbe a preoccupare non poco governo e forze dell’ordine, venne prontamente attuato, ottenne un successo immediato, con un largo consenso da parte del pubblico e un’affluenza da record nei luoghi dove le biciclette venivano distribuite: ma, con la stessa prontezza, le autorità risposero sequestrando gran parte dei mezzi, con l’accusa presunta di istigazione al furto, non essendo le bici assicurate a dovere: troppo pericolosa risultava l’idea di qualcosa di gratuito in una società dove ormai era radicata la logica della proprietà privata. Altri movimenti di cultura rivoluzionaria si manifestano dunque verso la metà degli anni Settanta, con la comparsa sulla scena del movimento punk, alla base del quale sta un profondo senso di distruzione e di nichilismo connesso a doppio filo alla mancanza di prospettive all’interno di un mondo egoista e reazionario. Il punk prende origine nella cultura sottoproletaria inglese ed inizia la sua stagione come genere musicale e di contestazione. Il rifiuto della società viene espresso dagli adepti al gruppo attraverso un abbigliamento capace di far trasparire disagio e un’estetica alternativa al modello borghese e, in generale, a tutte le categorie sociali. La ribellione verso tutti i pregiudizi che impongono la bellezza come canone imprescindibile dal genere umano, li porta quindi ad una sorta di masochistico auto-abbruttimento, reso con tagli e cicatrici procurate con la lametta insieme a capelli colorati, piercing e tatuaggi in qualsiasi parte del corpo. Proprio con il movimento punk inizia la fattiva occupazione di spazi metropolitani in disuso ed abbandonati, spazi dove è possibile esprimere con forza le proprie convinzioni politiche. Da qui nascono i centri sociali autogestiti, dove mettere a punto nuove esperienze alternative: le tendenze in atto sono quelle dell’occupazione abusiva e dell’individualismo anarchico, due concetti che sfociano in seguito nello squatting e nei movimenti squatter (termine coniato dagli inglesi nel XVIII e XIX secolo per indicare i primi coloni australiani che occupavano senza permesso un terreno). Ed è qui che appunto si arriva ai giorni nostri, al movimento no-global e alla sua immensa diffusione che ha appunto nella rete telematica, come si diceva sopra, il suo principale mezzo di comunicazione e, per gran parte, la sua forza più efficace.

WOODSTOCK '69 FORSE NON TUTTI SANNO CHE...

500.000 persone si svegliarono nella grande area affittata per 75.000 dollari da Max Yasgur per assistere alla prima "aquarian exposition featuring arts and crafts". La prima giornata fu interamente dedicata ad artisti e gruppi di area folk. Il popolo di Woodstock era pronto all'evento: ma per John Roberts, Joel Rosenman, Artic Kornfeld e Michael Lang (gli organizzatori), i problemi accumulati in mesi di febbrili preparativi si concretizzarono subito nella parziale mancanza di elettricità sul palco. L'ordine di apparizione venne immmediatamente sovvertito. Perciò il primo a salire (esattamente alle 17.07 di venerdi 15 Agosto 1969) fu il nero Richie Havens, l'unico in grado di prendere posto su un elicottero da quattro posti, unico mezzo a disposizione per raggiungere l'area del festival. Havens regalò al pubblico 3 ore di concerto e una magnifica versione di Freedom, brano costruito su un tradizionale intitolato "Sometimes I feel like a motherless child". Mentre sul retro del palco si lavorava incessantemente fu il turno di Country Joe McDonald, un'artista abbastanza noto dell'area folk californiana. La sua performance fu definita dallo stesso Joe "svogliata", almeno fino a a quando intonò quel leggendario inno contro la guerra in Vietnam intitolato "I feel like I'm fixin' to die rag". Le 500.000 voci che che accompagnarono il brano saranno la "croce" che perseguiterà questo artista in tutta la sua carriera. Fu la volta di John Sebastian, artista molto amato nella East Coast; salì sul palco nel bel mezzo di un trip di acido convinto all'ultimo minuto a suonare per soli 1000 dollari. Joan Baez era l'headliner della serata, seguita da Tim Hardin, Arlo Guthrie, gli Sweetwater, l'Incredible String Band, Ravi Shankar, Bert Sommer e Melanie. Girava voce che l'acqua da bere fosse contaminata da LSD, il che gettò nel panico il popolo di Woodstock, ma non era vero. Intanto gli Iron Butterfly, attesissimi, vennero inspiegabilmente cancellati dal cartellone. Sul palco suonavano i Creedence Clearwater Revival quando un uomo si appese ai cavi che sovrastavano il palco urlando "io sono qualcosa", per poi lasciarsi cadere giù senza conseguenze. Intanto gli Who e i Grateful Dead si rifiutarono di suonare se il pagamento della serata non fosse stato in contanti. Gli organizzatori furono costretti a volare a casa del direttore della loro banca per farsi consegnare il malloppo. I Grateful Dead chiesero anche di non essere inseriti nè nel disco nè nel film che ne seguì. Gli Who suonarono controvoglia, ricattati dal loro managar Bill Graham. Sul retro del palco Janis Joplin si accompagnava con la più bella ragazza vista al festival. I Jefferson Airplane, causa gli incredibili ritardi accumulati nella scaletta, furono costretti ad esibirsi alle 8 di mattina di sabato. La Carlos Santana Band, formazione pressochè sconosciuta ai più, con la sua esibizione divenne popolarissima. Lo stesso avvenne per Joe Cocker. Alle 4.30 del mattino (alcuni sostengono alle 9.00) di Lunedi 18 Agosto 1969 Jimi Hendrix, preceduto dagli Sha Na Na e dalla Paul Butterfield Blues Band, salì sul palco e la sua versione dell'inno americano fu definito dalla stampa come il "momento più significativo di tutto il festival". I numeri parlano di 5162 casi medici, di cui 797 per abusi di droga, due bambini nati e due persone decedute. La parità economica verrà raggiunta solo nel 1980. A Woodstock e nei dintorni abitavano già da un pò di tempo artisti del calibro di Bob Dylan, The Band, Tim Hardin, Van Morrison, Jimi Hendrix eJanis Joplin. Gli organizzatori, a loro detta, non si aspettavano più di 100.000 persone. Il 7 Agosto, con il palco ancora in fase di costruzione, ci fu un mini festival. Sul palco suonarono i Quill. La troupe cinematografica, guidata da Wadleigh e Scorsese, era composta di cento unità. Il pomeriggio del 14 Agosto Woodstock era già stata invasa da più di 25.000 persone. L'impianto sonoro era molto simile al "Wall Of Sound" reso celebre dai Grateful Dead.

I CACHET DEGLI ARTISTI PRESENTI A WOODSTOCK E LA LORO ATTIVITA'

RICHIE HAVENS $ 6000, ATTIVO, UN DISCO NEL 2002.
JOHN SEBASTIAN $ 1000, ATTIVO, UN DISCO NEL 2002.
ARLO GUTHRIE $ 5000, IN ATTIVITA'.
JOAN BAEZ $ 10.000, IN ATTIVITA'.
TIM HARDIN $ 2000, DECEDUTO.
MELANIE $ 750, ATTIVA, UN DISCO NUOVO NEL 2002.
SWEETWATER $ 1250, SCIOLTI NEL 1970.
RAVI SHANKAR $ 4500, IN ATTIVITA'
BERT SOMMERS $ NN, SCOMPARSO DAL MONDO MUSICALE.
THE QUILL $ 375, SCIOLTI NEL 1970. UN DISCO NUOVO NEL 2000.
KEEF HARTLEY BAND $ 500, SCIOLTI NEL 1970. UN DISCO SOLO NEL 1999.
SANTANA $ 750, IN ATTIVITA'.
MOUNTAIN $ 2000, SCIOLTI NEL 1972. UN DISCO NUOVO NEL 2002.
CANNED HEAT $ 6500, SCIOLTI.
INCREDIBLE STRING BAND $ 10000, SCIOLTI NEL 1974
GRATEFUL DEAD $ 2250, SCIOLTI DOPO LA MORTE DI J.GARCIA, 1995.
JANIS JOPLIN $ 7500, DECEDUTA NEL 1971.
SLY & THE FAMILY STONE $ 7500, SCIOLTI.
THE WHO $ 12500, IN ATTIVITA'.
JEFFERSON AIRPLANE $ 7500, SCIOLTI, CONTINUANO COME J.STARSHIP.
JOE COCKER $ 1375, IN ATTIVITA'.
COUNTRY JOE & THE FISH $ 2500, HA SMESSO NEL 1996.
TEN YEARS AFTER $ 3250, SCIOLTI NEL 1974, DI NUOVO INSIEME DAL 1988.
THE BAND $ 7500, SCIOLTI.
BLOOD, SWEAT & TEARS $ 15000, SCIOLTI.
PAUL BUTTERFIELD $ 5250, DECEDUTO.
JOHNNY WINTER $ 3750, DAL 1995 NON DA PIU' NOTIZIE DI SE'.
CROSBY, STILLS, NASH & YOUNG $ 5000, IN ATTIVITA'.
SHA NA NA $ 700, DI NUOVO INSIEME DAL 1997.
JIMI HENDRIX $ 19000, DECEDUTO NEL 1971.
PHIL OCHS $ NN, DECEDUTO NEL 1976.
CREEDENCE C. REVIVAL $ NN, SCIOLTI DOPO LA MORTE DI T. FOGERTY.
JEFF BECK $ NN, IN ATTIVITA'.


WOODSTOCK, MON AMOUR

di M. Insolera da CIAO 2001, 1974

Cinque anni, un lustro, sono già passati da quella famosa estate che vide concretarsi a Wight e soprattutto a Woodstock tutta la summa delle tendenze giovanili di quegli anni: pace-amore-musica, e nelle orecchie ancora gli echi dei moti studenteschi internazionali dell'anno precedente (Berkeley-Chicago-Parigi-Berlino-Praga). In effetti, e attraverso quel grande medium culturale che è il rock, il festival di Woodstock veniva ad essere il coronamento supremo, e il sancimento ufficiale, di tutto il movimento - il Movement! - ruotante su due epicentri di base: gli studenti e i freaks "liberati": è lo stimolo politico, lo spirito dell'alternativa. E' aria di rivoluzione che si respira a pieni polmoni in quei giorni. E' anche il trionfo della psichedelìa, intesa come metodo rivoluzionario di liberazione personale e di apertura nei confronti degli altri. La "politica psichedelica" toccava proprio in quell'anno il suo acme in California: i Jefferson Airplane e i Grateful Dead sfioravano il punto più alto della loro evoluzione, facendosi portabandiera in musica di tutta una cultura alternativa e rivoluzionaria basata sulla diretta evoluzione dell'hippy pacifista e figlio dei fiori del 1966-67. Dietro agli Airplane e ai Dead c'era Richard Neville con la sua "politica del gioco", Rubin e Hoffman e la loro "politica come teatro", Timothy Leary e e la sua "politica di liberazione psichedelica". Poi le Pantere Nere, i Wheartermen Underground e la loro "politica della violenza rivoluzionaria". Infine Allen Ginsberg e la sua "politica della non violenza" e dell'OM come porta per la comunicazione universale. La rabbia e la gioia di una politica rivoluzionaria in senso non soltanto pratico, ma anche esistenziale, trionfavano in quegli anni, e Woodstock ne divenne il simbolo massimo: tutti ci credevano, allora. Ma guardando le cose oggi, retrospettivamente, ci accorgiamo che proprio Woodstock è stato anche il supremo segnale della fine di quell'era meravigliosa. Infatti, mentre ad un primo livello esso appariva soltanto come la colossale concretizzazione di un grande sogno lungamente covato, ad un secondo livello sembra oggi chiaro che esso fu la prima grande mossa tattica messa in atto dal Sistema per riassorbire subdolamente il Movimento, senza che questo se ne accorgesse. Anche se i suoi significati, sul momento, sembravano altri, in realtà Woodstock significò il Recupero, L'Assimilamento, la creazione di una moda e l'innesto su di essa di una colossale speculazione economica. Laddove il Sistema non può distruggere l'idea avversaria con la forza, esso adotta il metodo di far propria tale nuova idea, svuotandola così di ogni di ogni reale valore di opposizione, trasformandola, appunto, in moda, ed iniziandone allegramente lo sfruttamento commerciale. La prova definitiva è che già due anni dopo Woodstock, tutto era tramontato: Neville rispedito in Australia, Rubin e Hoffmann ritirati in campagna, Leary in prigione, il capo dei Black Panters, Elridge Cleaver, costretto a riparare in Algeria, Ginsberg in sala di registrazione con Dylan. I Dead annacquati dal loro spensierato country rock, (!, ndr) gli Airplane ritirati in se stessi ad intessere magnifici sogni isolazionistici (Sunfighter). L'ultimo soprassalto rivoluzionario del rock che fosse riuscito ad acquisirsi un'autentica base sociale di massa era stato sconfitto con le sue stesse armi, senza colpo ferire, a suon di dollari. E l'orizzonte è sempre più grigio……..